Confessioni di una donna ben oltre la crisi di nervi — [Primi capitoli da un romanzo umoristico, incompiuto, scritto nel 2009.]

Prima Sequenza/ Me medesima

Figlia unica di un unico genitore femmina, ora defunta. Del secondo genitore che fornì il seme non sono pervenute notizie e non se n’è mai sentita la mancanza.

Sulla soglia dei trent’anni, sola al mondo, un po’ di soldi avanzati dall’ultima marchetta letteraria che mi ha visto pubblicare, sotto pseudonimo, qualcosa di sufficientemente brutto perché vendesse migliaia di copie: “Crazy 4 U”, che sta per “Pazzo di te”. Inutile inglesismo per un romanzetto insulso, scritto in uno stile che il mio editore chiama giovane e che io chiamo SeLoSapesseDante.

Dante Alighieri, padre della lingua italiana e quindi (causa discendenza diretta) nonno di obbrobri indicibili del tipo: cmq, tvtb, qnt, xdono e roba del genere.

Roba nata dall’esigenza di risparmiare qualche centesimo ad ogni invio di SMS, ma poi utilizzata anche nelle email (dove non ci perdi neanche un centesimo a scrivere le parole per intero) e nei temi d’italiano a scuola.

Il prossimo passo? Il dizionario e — subito dopo — la morte, la mia almeno.

Non che io sia contro il naturale evolversi della lingua, non sono una paladina dell’italiano standard, né una vecchia bacchettona snob che storce il naso ad ogni novità… A patto che le novità siano migliorative. Ma in che modo l’eliminazione sistematica delle vocali migliorerebbe la nostra lingua? Se dal semplice scrivere senza vocali, si passasse a parlare senza vocali, come suonerebbe la nostra lingua?

“Operazione di sintesi” (dice il mio editore); ma il mio editore è una capra che legge pensando ai costi e alle curve di mercato e non sa che la sintesi è un’operazione di concetto e non di forma. Per sintetizzare bisogna trovare parole che esprimano in maniera concisa ed efficace un certo concetto, e non c’è ragione di eliminare dei caratteri grafici per farlo, basterebbe utilizzare parole diverse. Certo, occorre uno sforzo maggiore, ed è proprio questo il problema, è sempre stato questo il problema.

Creare un neologismo tipo stirpicidio (da utilizzare nel caso, sempre più frequente, che qualcuno si alzi la mattina e decida di far fuori per intero o parzialmente la propria stirpe) è un’operazione che ha un senso, può far schifo, ma ha senso. Un domani, dopo averla scritta, potrai anche pronunciarla quella parola e senza sembrare un imbecille. (La cosa dello stirpicidio l’avevo utilizzata nel mio nuovo libro, ma l’editore ha detto che non era intelligibile. Ma vaffanculo.) Il mio romanzo consiste, in buona sostanza, nella trascrizione degli SMS che una ragazza di diciassette anni manda ai suoi amici, ai suoi amori, ai suoi genitori e (com’era nella versione originale poi cassata dal mio editor, arivaffanculo) al suo cane.

La mia intenzione era quella di scrivere un romanzo talmente brutto, illeggibile, autoreferenziale, privo di storia e di profondità da provocare una reazione di rifiuto non solo del testo ma di tutte le abitudini contemporanee in esso descritto. Volevo mostrare quanto le relazioni siano sature di mediazione fredde, quanto manchino di contatto, di confronto, quanto siano narcisistiche: monologhi camuffati da dialoghi. E invece?

Un successone. Anche di critica.

Amelie Kane si tuffa senza timore nello zeitgeist della nostra epoca, parlando ai giovani in una lingua a loro più prossima e più intelligibile del vecchio e ingessato italiano”… Io mi sarò pure tuffata nello zeitgeist per essere più intelligibile, ma chi glielo spiega a un sedicenne che scrive tt in qst modo cosa cazzo è lo zeitgeist???

Amelie Kane è il mio pseudonimo per le stronzate. Quando scrivo una cosa di cui mi vergogno, fingo che l’abbia scritta qualcun altro: la povera Amelie, per l’appunto. Comunque, in seguito a questa abile e prolissa dissertazione sulla lingua (sarà il caso di avvertire il lettore che sebbene possa sembrare ch’io sia lanciata all’inseguimento del famoso “flusso di coscienza”, in realtà è lui che insegue me, ed è molto più veloce, per cui mi faccio prendere e una volta che mi ha preso non posso farci niente, mi porta dove dice lui… Dicevo? Ah sì…) dopo la dissertazione di cui sopra, sarà il caso che continui la panoramica sul disastro emotivo che è la mia esistenza.

L’amore della mia vita mi ha mollata per cause indipendenti dalla mia indiscussa perfezione, e non tornerà brandendo un mazzo di rose e un anello e questo — in teoria — salva la mia storia dalla banalità del lieto fine ma — in pratica — non mi impedisce di diventare un cliché. Al momento la mia vita consiste in un computer portatile e un letto che non rifaccio mai: scrivo, bevo, fumo, guardo film e telefilm, spesso scaricati illegalmente da Internet, mi rivolto nelle lenzuola sognando di poter dormire e aspetto che qualcosa o qualcuno arrivi per ultimare la mia trasformazione in PerfettoClichéDellaScrittriceTormentata. Il viaggio di formazione con destinazione esotica sarebbe perfetto, ma il suicidio è un evergreen insuperabile.

Del resto nessun’artista ha mai trovato un modo migliore per attirare l’attenzione sul suo pensiero. La cosa che mi infastidisce però, è che, se mi suicido, quando tutti si volteranno a guardarmi avrò decisamente una brutta cera; e poi una volta morta non potrò contrastare tutte le fesserie che inventeranno su di me. E se cominciassero ad intervistare i miei amici, quel che è rimasto della mia famiglia e –orrore!- arrivassero a ricercare colui che fornì il seme per la mia nascita? Io non accetto che si dia tutta questa importanza ad uno spermatozoo e loro di certo finirebbero col dire che tutto il mio dolore esistenziale deriva dal fatto di essere stata abbandonata da mio padre: lui piangerebbe davanti ai giornalisti, il mio amico gay ne approfitterebbe per abbracciarlo e rubare un po’ di luci della ribalta e il mio ex diventerebbe famoso anche lui per aver ripetuto lo schema dell’abbandono paterno provocando il mio desiderio di morte. No, niente suicidio.

Devo restare qui per essere sicura che nessuno dica cazzate su di me.

Seconda Sequenza/ Autoironia

Le frequenti battute che faccio sulla mia inettitudine nascono da una presunzione senza pari. Penso davvero di essere patetica alle volte ma, allo stesso tempo, credo di essere speciale anche quando sono banale. Non ho nessuna remora ad elencare una per una tutte le mie più vergognose lacune, e non mi riferisco alle finte lacune tipo “sono troppa buona” (che cazzo di difetto è?!) ma ai difetti veri, quelli che mi rendono imperfetta, come l’estenuante logorrea (quell’evacuazione frequente e copiosa di parole a raffica che mi contraddistingue), la radicata convinzione di avere sempre ragione, l’assenza di filtro tra il pensiero e l’incauta fuoriuscita di fiato che si articola in lettere che formano parole, che formano frasi, che formano concetti che — spesso — non dovrei esprimere.

Nonostante questa consapevolezza però, chi mi conosce sa che, trovo adorabili anche i miei orribili difetti e che quando smetto di parlare, comincio a dubitare delle mie ragioni e non sono inopportuna, allora e solo allora sto davvero male.

Terza Sequenza/ Amici

Qualche buon amico ce l’ho… ma la noia che provo per me stessa mi impedisce di volerli vedere: si finirebbe a parlare di me, di cos’ho fatto, di come sto, di cosa provo ed Io, stranamente, non sono il mio argomento preferito negli ultimi tempi, piuttosto il calcio.

I miei amici si dividono in due categorie: QuelliCheConoscoDaSempreEcheAmoNonostanteTutto e QuelliCheConoscoDaPocoEcheAncoraNonOdio.

Carla: la mia compagna di banco al liceo, ex-fumatrice, ex-avvocato, ex-atea, neo-hippie, neo-buddista, neo-mamma di una bambina con tre padri (che quindi, secondo una certa psicologia d’accatto, presenterà il triplo dei traumi infantili nella vita adulta); mia migliore amica da sempre. Al di là delle apparenze non è cambiata per nulla dal liceo, è sempre stata una di quelle capaci di ritrovare se stessa anche durante un weekend al Lido Mappatella o camminando scalza per le strade di Roma, cogliendo margherite che poi annuserebbe con fare mistico; cosa del tutto inutile considerando che le margherite non hanno alcun odore: non puzzano, né — tantomeno- profumano. Se hai dodici anni, servono a capire se qualcuno ti ama o no, se sei un hippie, servono a fare delle graziose coroncine e se sei una persona romantica ma povera, servono a sperare di far felice l’amata o l’amato senza alimentare il consumismo che ci sta letteralmente uccidendo..

Dicevo di Carla…

Durante le continue ricerche di se stessa, a volte si ri-trova molto diversa rispetto a quando si era persa, per cui cambia radicalmente di anno in anno, ma è una persona positiva e passare del tempo con lei mi mette in una disposizione d’animo migliore.Ora è in fissa con il Karma, ed è convinta che il mondo sia regolato dalla legge della compensazione: quando passeggiamo per Roma, dona qualche spicciolo a chiunque glielo chieda, ed è convinta che l’universo troverà il modo di ricompensarla. Ho provato a spiegarle che l’universo se ne fotte, che Augusto Pinochet è morto a novantun’anni con tanto di funerali di stato, che Henry Kissinger è ancora vivo e in possesso di un premio Nobel per la pace e che come frutto della separazione tra Boldi e De Sica ora ci toccano non uno, ma due film di Natale; ma lei non mi ascolta e sostiene che — tanto — la gente come Pinochet si reincarna in uno scarabeo stercoraro.Ora… Anche ammesso che sia così… Io non penso che mangiare merda per tutta la vita sia una punizione sufficiente, soprattutto se, essendo scarabei stercorari, la cosa non dovrebbe disgustarli affatto.

***

Stefano: il mio compagno di sbornia. Non ho idea di come sia da sobrio e di cosa faccia esattamente nella vita, ma regge l’alcool e mi riaccompagna a casa senza provarci. L’ho conosciuto ad una festa, cinque anni fa, e da allora mi ha riempito il bicchiere tutte le volte che pensare e parlare non servirebbe a nulla e, anzi, peggiorerebbe la situazione. Dei deliri alcolici mi rimangono le sue massime di vita, i suoi proverbi, i detti popolari a cui non può rinunciare.

Stefano è napoletano e vive a Roma da un po’, ma quando è ubriaco non sa fare a meno di piazzare un detto in napoletano in ogni discussione.Se mi lamento del fatto che scrivere cose che odio mi rende nervosa e frustrata ma che non posso fare altrimenti, lui mi dice: “E che bbuò fa’… A’ mantene’ o’ carro pa’ scesa[1]. Non riesco a immaginare metafora migliore che descriva lo sforzo di dover fare qualcosa solo perché non si ha altra scelta.

***

Marco: scrittore trentacinquenne, gay, compagno di vaneggiamenti e marchette letterarie. Ci siamo conosciuti alla festa per l’uscita del mio primo romanzo, tre anni fa, l’unica cosa decente scritta finora. Durante quella serata mi predisse il futuro dichiarando che un giorno mi sarei venduta al marketing editoriale ma, come Cassandra prima di lui, Marco era condannato a non essere creduto ed io ero condannata a mollargli un ceffone a mano piena e a chiudere quel primo incontro voltandogli le spalle e urlando:

- Noblesse oblige!

Non si offese; e quando mi trovai di fronte alla prima marchetta gli telefonai. Da allora siamo amici. Quando mettiamo la parola fine ai nostri insulsi romanzetti, prendiamo la macchina, riempiamo il portabagagli con gli scritti che rivelano il nostro vero talento ma che nessuno si decide a pubblicare, andiamo su Ponte Milvio e, osservando i lucchetti degli innamoranti, riflettiamo su quanto sia ingiusto che un ponte che ha visto l’imperatore Costantino trionfare su Massenzio nella battaglia di Saxa Rubra, ora sia il ritrovo di svenevoli adolescenti che festeggiano il loro mesiversario, si promettono amore eterno e poi tornano, una settimana dopo, armati di tenaglia pronti a spezzare i vecchi eterni lucchetti e agganciarne di nuovi.

Parliamo per ore, aspettando di avere il coraggio di buttarci di sotto cambiando per sempre la storia di quel ponte. Quando al mattino ritroveranno i nostri corpi, infatti, aprendo il bagagliaio dell’auto scopriranno i nostri scritti, li pubblicheranno, diventeremo famosi e quello verrà ricordato per sempre come il ponte da cui ci suicidammo insieme.

Ci divertiamo a pensare che, sebbene Marco sia il gay più gay dell’universo, qualcuno potrebbe anche scrivere che avevamo una di quelle storie d’amore in cui arte, passione e disperazione si fondono, lacerano, consumano e non lasciano scampo, tanto che l’unica soluzione, alla fine, è la morte. Probabilmente scriverebbero esattamente questo; ma noi non siamo né Giulietta e Romeo, né Thelma e Louise, per cui, dopo aver vomitato malignità d’ogni genere sugli scrittori insulsi, sulle giovani generazioni, sugli editori il cui unico motto è Pecunia non olet e sul capitalismo (che non guasta mai) torniamo a casa a dormire, sicuri di essere migliori degli altri e, in tutta sincerità, non crediamo di sbagliarci.

***

Barbara: compagna dai tempi dell’università e maestra di sotterfugi. Chi cerca una bocca infedele che sappia di fragola e miele in lei la ritroverà[2]. Passare il tempo con Barbara significa essere impegnati in un perenne caccia all’uomo o alla donna o, se va peggio, in una ridicola gara a nascondino con i suoi innumerevoli e ignari amanti. Per lei non valgono le regole classiche, lei non ha un “tipo” di persona, le prende a casaccio, in modalità random, è ancora alla ricerca della fragranza perfetta e preferisce provarle tutte piuttosto che porsi ridicoli limiti di peso, età, altezza, genere, intelligenza. La regola è solo una: mai due volte con lo stesso “tipo” d’uomo o di donna, a meno che non abbia qualche chance di essere la persona giusto.

Non conosco il numero di uomini e donne che ha “testato”, non è una collezionista o una ninfomane, piuttosto un’instancabile ricercatrice, una di quelle convinte che sì, l’anima gemella esiste, ma il caos, dio o chi per lei, non è così buona da mettercela vicina di banco al liceo, quindi bisogna cercarla, ovunque, incessantemente. Dopo il primo mese di università, a lezione di filosofia del linguaggio, quando ancora pensava di essere eterosessuale, non resistetti più e glielo chiesi:

- Ma come fai a non fare una cernita? Che ne so… Preferisci gli uomini alti o quelli bassi, i magrolini o quelli in carne, biondi, bruni, giovani, maturi…

La sua risposta mi freddò e da allora la adoro. Mi capita sempre di innamorami di chi mi stupisce o, semplicemente, mi apre una finestra nel cervello.

Risposta:

- Perché quando qualcuno elenca le caratteristiche del suo “tipo” non specifica mai che il soggetto in questione debba avere due gambe, due braccia, occhi funzionanti e che non sia malato? Perché parte da una sorta di imprescindibile minimo sindacale che crede non sia necessario specificare. Per me questo è già troppo. E se l’uomo della mia vita fosse cieco da un occhio? Il mio imprescindibile minimo sindacale è che sia un essere umano vivo, maggiorenne, preferibilmente di sesso maschile. Anzi. Ora che ci penso, già così escludo dalla corsa almeno tre miliardi e mezzo di persone. Non mi pare saggio. Comincio seriamente a pensare che la cosa non abbia tanto senso. Che mi hanno fatto le femmine per essere escluse?

E’ una persona rara Barbara, certo è incostante e infedele, ma è insolito trovare una bella donna con cui uno hobbit, un elfo, una fata o una strega avrebbero le stesse identiche chance.

Io non sono tra quelle, e me ne dispiace.

[1] E che vuoi fare, ti tocca reggere il carro in discesa.

[2] Da “Barbara” di Fabrizio de André

Quarta Sequenza/ Maschi

Il mio istinto prevalentemente eterosessuale mi costringe a relazionarmi con quella strana specie chiamata maschio, ma l’incredibile collezione di esemplari mediocri che ho accumulato negli ultimi tempi mi fa dubitare della ragionevolezza delle mie inclinazioni.

Abbozzo di breve classificazione dei peggiori campioni raccolti o annusati negli ultimi mesi:

Maschio dominante — Tende ad ammorbare l’interlocutrice con discutibili teorie sulla presunta impossibilità di stabilire una relazione monogama; lamenta persecuzioni da parte di donne che non hanno apprezzato il fatto di non essere state richiamate, si dice convinto di essere un abile amatore la cui missione spirituale è quella di donarsi al maggior numero di femmine per pura generosità.

Ipotesi A: te lo scopi, sparisci nel cuore della notte, non lo richiami e lui s’innamora perdutamente per la prima volta in vita sua.

Ipotesi B: lo pianti in Nasso colorendo la dipartita con gli epiteti peggiori che riesci a pronunciare e lui ti ricorderà con gli amici come quella pazza frigida che voleva accalappiarmi.

Personalmente preferisco diventare il personaggio di un pessimo racconto che avere in curriculum un esemplare che difficilmente sarebbe stato in grado di procurarmi un orgasmo.

Maschio sottostante — Comincia a farti complimenti prima ancora che tu raggiunga una posizione favorevole all’ascolto, sa di non essere il tuo tipo, sa che non ti piacerà, sa di non essere abbastanza per te, sa che non lo richiamerai, in una parola: pena. Cerca di farti pena, la butta sul SonoTristeSconsolatoNessunaDonnaMiHaMaiAmato.

Ipotesi A: Passi la serata a cercare di tirargli su l’Ego senza alcuna intenzione di dedicarti al sollevamento di altre parti del corpo, ma lui s’innamora lo stesso della tua “umanità” (sofisticazione letteraria che sta per: trombabilità).

Ipotesi B: Gli dici che sì, non c’è nessuna possibilità che tu possa innamorati di un tale strazio e lui si innamora della tua “sincerità” (sofisticazione letteraria che sta per: trombabilità).

Homo sapiens idaltu — Sottospecie precedente alla comparsa dell’Homo sapiens sapiens; essendo sopravvissuto all’estinzione si sospetta che la sua incapacità di produrre pensieri che vadano oltre il MangiareAccopiarsiDormireDefecare siano in realtà un vantaggio nella lotta per la sopravvivenza.

In genere corteggia la femmina con fischi, mugolii e confusi prototermini tipo: A’ bona, Vie’ qua e similari. Non esistendo alcuna prova scientifica dell’efficacia di tali approcci, si sospetta che l’Homo sapiens idaltu sia in possesso di tecniche sconosciute che gli consentono l’accoppiamento al di là di ogni logica — oppure — che siano in grado di riprodursi per mitosi, così come accade agli esseri unicellulari. Non avendo mai testato tali esemplari nel corso di un incontro a due, non sono in grado di produrre ipotesi sulle conseguenze del loro rituale di corteggiamento.

Quinta Sequenza/ Maiale Acchiappapensieri

Mi capita di pensare spesso alle scene del Padrino in cui Marlon Brando accarezza un gatto bianco… Io so che non gli farà del male ma ogni volta penso che, in un momento di rabbia, potrebbe ucciderlo. Il mio gatto bianco è un maialino rosa… finto, purtroppo; se tenessi un vero maiale in casa, dovrei nascondere il prosciutto per non ferire i suoi sentimenti e non potrei: appartengo alla specie degli onnivori col senso di colpa per non saper essere migliori di così.

Non è un peluche, sebbene abbia i peli, ma un maiale di quelli meccanici: se giri la rotella che ha sotto la pancia cammina e grugnisce. O meglio: camminava… Le zampe anteriori si sono rotte e se provo a metterlo a terra arranca sul pavimento in maniera penosa.

Anche se la confessione che sto per fare insinuerà un considerevole dubbio sul mio essere una femmina ADULTA di razza umana, correrò il rischio e ammetterò che il maiale non è un ricordo d’infanzia: avevo almeno vent’anni quando me l’hanno regalato. A mia discolpa ho da aggiungere solo due cose:

1 — Il maiale fa parte del mio processo creativo.

2 — Odio i peluche.

Quando un pensiero mi sfugge prendo il mio maiale e lo accarezzo finché la nebbia nel mio cervello comincia a diradarsi. Non funziona quasi mai, ma mi dà un’aria dandy che non può che far bene all’immagine di artista sui generis che sto tentando di suggerire.

Esempio di pensiero acchiappato grazie al maiale:

- Crescendo perdiamo quella meravigliosa qualità dell’anima che è l’innocenza, invecchiando cerchiamo di riscattarla imparando almeno un po’ di saggezza.

Non sarà il Graal della scrittura aforistica, ma almeno è superiore alla media… Alla MIA media.

Video esemplificativo del genere di maiale meccanico qui descritto.

Sesta Sequenza/ Ossessione Per La Lingua

La mia fissazione per il significato profondo delle parole è quasi patologica, così come la ricerca di frasi che, in altre lingue, esprimono concetti che nella nostra vengono espressi solo tramite lunghi giri di parole. A volte, quando parlo (cosa che capita molto spesso, anche se non c’è nessuno all’ascolto) mi fermo a riflettere su quello che ho realmente detto: se dico a qualcuno che è un “prepotente” in pratica lo sto offendendo, ma non posso essere soddisfatta dell’offesa perché, letteralmente, gli ho detto che è “superiore agli altri in potere”, quindi rettifico e uso la parola “stronzo” (derivante da “stronzolo”: pezzo di sterco sodo e rotondo) che ha sempre la sua efficacia e non si presta ad ambigue interpretazioni.

Èil principio del Rasoio di Occam: tra le molteplici soluzioni, scegli quella più semplice. Nella vita non lo faccio mai, ma quando si tratta di offendere qualcuno, la forza naif di un termine come “coglione” non è paragonabile alla vana ricercatezza del termine “pene idrosaturo” (letteralmente: organo riproduttivo maschile ricolmo d’acqua). Anche quando mi imbatto nelle pubblicità, soprattutto quelle che riguardano i farmaci, penso sempre al processo mentale e linguistico che ha portato i copywriter a inventare il nome di quel prodotto e/o lo slogan che l’accompagna.

Ad esempio, quand’ero piccola c’era la pubblicità del confetto Falqui, un lassativo; tutti sanno a cosa servono i lassativi. Ecco perché sono assolutamente certa che la parola FAL-QUI sia una chiara abbreviazione della frase “Falla qui”, tanto più che la pubblicità recitava testualmente: Falqui, basta la parola. Più chiaro di così…

Tornando ad un argomento meno viscerale, tra le frasi in lingua straniera che preferisco ce n’è una in lingua mapuche (una lingua della Patagonia) ed è mamil anatapei.

Mamil anatapei significa: un uomo e una donna seduti uno davanti all’altro che vorrebbero dirsi tante cose ma non ne hanno il coraggio. Naturalmente c’è una ragione antropologica che giustifica la presenza di una frase che descrive un momento così peculiare, ma mi piace pensare che questa frase esista perché i mapuche sono un popolo romantico.

Settima Sequenza/ Vicini

Vicino. Uno, al singolare, gli altri non li conosco: abito all’ultimo piano e questo mi consente di non incrociare quasi nessuno sul pianerottolo; nessuno con cui intavolare laconiche disquisizioni sul tempo, sul degrado della nostra epoca e sull’inefficienza dell’amministrazione comunale, regionale e nazionale, in una frase: PanegiricoDelPiùEdelMeno. Sono perfettamente in grado di sostenere tali discussioni, sia ben chiaro, so camuffarmi da imbecille all’occorrenza, ma cerco di stare lontana da situazioni che impongano tale trasformazione.

L’unico vicino di cui tollero la compagnia è un anziano misogino che abita nell’appartamento di fronte al mio, un vecchio alcolizzato senza nessuno al mondo, a parte una figlia che gli ha procurato una badante ucraina che lui cerca inutilmente di farsi. Il vecchio è affetto da una forma piuttosto lieve del morbo di Korsakoff, una malattia che impedisce al cervello di creare nuovi ricordi: mi conosce da cinque anni e ogni volta che vado a trovarlo è sempre la prima volta.

Per sopperire all’incapacità di formulare nuovi ricordi, il cervello del vecchio tende a creare dei finti ricordi basandosi su esperienze pregresse e suggestioni presenti, in pratica è un pallista inconsapevole. Il termine scientifico che definisce le sue dissertazioni su fatti e persone inesistenti è: Confabulazione. Il mio interesse per il vecchio, in tutta onestà, è puramente opportunistico, lui ha per me la stessa funzione che un informatore ha per un poliziotto o un giornalista. È la mia, personale, Gola Profonda. Mi fornisce degli spunti, stimola la mia creatività in modo che io possa andare avanti a scrivere le storie che mi danno da mangiare. Quando morirà, la mia carriera sarà a un bivio: suicidio o crisi mistico/religiosa?

/Confabulazione I

- Salve, sono la sua vicina, sua figlia mi ha detto che le farebbe piacere avere compagnia di tanto in tanto…

- Sei una puttana?

- Non in senso letterale, no… Solo in senso letterario.

- Peccato…

- Ne sono convinta anch’io.

- E che vuoi da me?

- Fare due chiacchiere, se le va.

- Entri, è pericoloso là fuori.

- Qui?

- Si vuole sbrigare?

- Scusi, ha ragione.

- È una giornalista?

- Come?

- Che c’è venuta a fare in Iraq?

- La domanda migliore sarebbe: “Come ci sono arrivata”?

- Stia tranquilla, l’ospedale è sicuro. Oggi ci sono solo io, i malati sono in gita.

- Gita…

- Al Colosseo.

- Eh già, e quando tornano?

- E che ne so io, il fatto è che qui non si può fumare.

- Non… Non sto fumando.

- Vuole un sigaro?

- Una canna mi aiuterebbe di più.

- Bella Roma, eh?

- Molto, ci vive da tanto?

- Oggi sono stato a trovare un amico che mi ha portato al bordello, quelli di Roma sono un’altra cosa…

- Non c’è confronto con Bagdad…

- Belle donne. Vado un attimo in bagno, credo di aver preso la candidosi, sarà stata Angela.

- E chi altri se no?

Pausa

- Angela!

- Chi? Io?

- E ora che dico a mia moglie?

- In merito a…?

- Devo passare dal dottore. Mi fa male un dente.

- Candidosi e carie dentali vanno a braccetto…

- Come?

- Niente, mi scusi, ora devo proprio andare…

- Ma io ti ho già pagato.

- Ho la gonorrea, non vorrei infettarti.

- Sì…

- È stato un piacere, ci vediamo presto.

- Ciao cara, ti passo a trovare in questi giorni.

- Ti aspetto.

Note alla Confabulazione I

Non ci ho messo molto a capire come funzionava la creazione dei nuovi ricordi; il cervello prendeva spunto da ciò che osservava e lo rimescolava con ricordi, sogni, ossessioni… La televisione era accesa e mandava immagini di un ospedale di guerra in Iraq, io avevo un’orribile maglietta con il disegno del Colosseo con su scritto “Roma”, le malattie a trasmissione sessuale devono essere un ricordo e le puttane un’ossessione.

Quando finisco un racconto, corro sempre a leggerlo al vecchio e, risolti gli iniziali e immancabili convenevoli di presentazione, la maggior parte delle volte mi ascolta con attenzione. Ride. Sempre. Anche quando la storia non lo suggerirebbe. Forse è solo suggestione, ma ho l’impressione che riconosca di essere la mia fonte di ispirazione. Insomma, i miei racconti sembrano rimanergli più impressi della mia faccia. Ecco spiegato perché ho scelto di fare la scrittrice e non la soubrette.

Da quel primo incontro tirai fuori un esilarante racconto SadoSatiricoGiallo intitolato La cara vecchia storia della pagliuzza e della trave.

La storia — in breve — è la seguente.

Un epidemia di sifilide in un bordello romano coinvolge tre importanti esponenti della Democrazia Cristiana, frequentatori assidui del suddetto casino: scoppia il caso.

L’opinione pubblica insorge e la neonata CEI (Conferenza Episcopale Italiana) autorizza la lapidazione delle prostitute coinvolte nelle piazze di Roma, in memoria dei bei vecchi tempi, ma senza che si arrivi ad ucciderle perché, si sa, ammazzare è peccato. Ai politici coinvolti impone invece penitenza e preghiera in attesa del perdono.

Il Partito Comunista confessa di aver pianificato l’epidemia per snidare l’ipocrisia che si nasconde in seno alla DC in materia di sessualità.

Il Papa si affretta a scomunicare i dirigenti del PC per aver messo in dubbio la castità di tre uomini di fede accidentalmente caduti in peccato, ma il danno sembra irreparabile: la gente comincia a dubitare dell’onestà della classe politica al potere.

Occorre un piano d’emergenza: per distogliere l’attenzione del popolo italiano dalla questione, il SIFAR (Servizio Informazioni delle Forze Armate) organizza l’assassinio di James Dean simulando un incidente stradale; fomenta la nascita del Partito Radicale; decide l’entrata dell’Italia nella NATO, convince Kruscev a denunciare i crimini di Stalin (che in realtà era innocente e si trovava in vacanza in Siberia con migliaia di compatrioti vincitori del concorso: passa le tue vacanze con Joseph) ed obbligano Grace Kelly a sposare Ranieri di Monaco (fatto altrimenti inspiegabile).

In questo modo, nel maggio 1956, la Democrazia Cristiana vince le elezioni inferendo un duro colpo al Partito Comunista.

Fine.

Purtroppo il mio editore me ne ha sconsigliato la pubblicazione perché ultimamente c’è un sovraccarico di racconti e romanzi di satira sociale, spionaggio e fantapolitica e, tra l’altro, la storia di una cellula dei servizi segreti italiani che condiziona eventi internazionali di tale portata non è credibile nemmeno in un racconto di fantapolitica.

Autrice, attrice, educatrice. Ho lavorato come docente, sceneggiatrice, drammaturga, documentarista, giornalista. Al momento, lavoro al mio primo romanzo.

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