Diario della mia ferocia/1

Sono giorni difficili, passati a chiedersi se non abbia un qualche squilibrio chimico che lavora incessantemente all’affilamento della mia tristezza, o se invece non sia semplicemente la lenta costruzione di una scusa per fuggire, di nuovo, da tutto.

Scrivere mi frantuma, eppure è l’unica cosa che mi tiene insieme, che mi impedisce di disperdere brandelli di me a ogni espirazione.

Come tutte le persone fesse, quale io sono, col ruolo di sbandieratrice alla Parata dei Fessi, penso sempre alle poche pur feroci critiche che ricevo, agli sparuti commenti che restituiscono l’immagine di un’arrogante buona a nulla. Le cose belle che ricevo le dimentico alla velocità della luce, o le derubrico all’espressione poco lucida di affetto da parte di chi mi vuole bene, o mi stima per motivi non precisati. E mentre scrivo queste scemenze qui, la vocina dentro di me, quella stronza cinica e nichilista passiva che a fatica tengo a bada, (inutile per definizione), mi dice che tutta ‘sta paginetta di diario altro non è che un lungo “fishing for compliments", autocommiserazione volta a stimolare l’appoggio e il sostegno della gente. E siccome non sono e non sarò mai abbastanza ipocrita da negare che sia anche questo, la pena che provo per me stessa raggiunge nuove vette.

Io non so raccontarmi cazzate. Ho smesso di saperlo fare tanti anni fa. Quando ho scoperto che le bugie bianche possono far bene agli altri, ma mai a sé stessi. Bisogna sempre sapere chi si è, dove ci si trova e perché si sta facendo quel che si sta facendo, senza dipingersi migliori di quel che si è, senza pensarsi menti elette e illuminate, nate per diventare fari nelle vite altrui. Io penzolo sull’orlo dell’abisso, mi muovo un passo alla volta e spesso mi produco in qualche pericolosa evoluzione che mi costa qualche frattura. Questo fa di me una persona tutt’altro che fragile e tutt’altro che folle. Fa di me, semplicemente, la persona che sono: un’esploratice del profondo vuoto/pieno interiore e un’indagatrice del mistero esteriore. E quel che scrivo, da sempre, è pura cronaca di un viaggio ininterrotto che a volte temo possa costarmi la vita, ovvero la sanità mentale. Ma non c’è verso che il mio io, il mio demone, la mia vocazione o come accidenti la si vuole chiamare s’accontenti di fendere le onde in superficie, di stare a bagno nella schiuma degli eventi. Io devo andar giú.

De profùndis clamàvi ad te, Natură. E poi devo tornare su, per bisogno di espi/r/are, che è l’urgenza di raccontare, “a chi vuole ascoltare, e a culo tutto il resto”.

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