Quale terribile mostro minaccia il sonno della piccola peste stasera?

Mathias Hauser

Non riuscivo proprio a dormire quella sera. Avevo origliato alla porta della camera da letto di mamma e papà, li avevo sentiti piangere e gridare. “Domani brucio tutto” aveva detto la mamma e poi aveva ricominciato a piangere. Tutto. Tutto cosa? Non lo sapevo. Ma sapevo che era qualcosa che non volevo.

Avevo paura.

Paura del fuoco, paura del dolore gridato troppo forte, paura di non ricordarmi più che una volta avevo un fratello. Allora ho preso coraggio e sono entrata di nascosto e in silenzio nella camera di Marco, mi sono guardata intorno e ho sorriso. Mi veniva sempre da ridere quando vedevo il calendario di quella donna tutta spogliata appesa al muro. No. Non potevo prendere quello, se no poi la mamma se ne accorgeva.

E allora che cosa? Che cosa potevo rubare? Cosa potevo prendere prima che la mamma buttasse tutte le cose di mio fratello nel fuoco? Così, mentre ancora pensavo e forse piangevo, l’ho visto.

Il pallone di Marco era lì: fermo, sotto la finestra.

Ho pensato che se lo prendevo, potevo diventare grande e forte come lui, potevo tenerlo con me. In fondo il pallone di Marco era uguale al mio. Potevo prendere quello che avevo nella mia cameretta e metterlo al posto di quello di Marco. La mamma non se ne poteva accorgere.

Allora sono andata verso la palla, alzando piano piano le gambe, come quando facevo finta di fare il rallentatore. Ma i miei piedi scalzi — anche se piccoli — facevano strillare il parquet, e così ho deciso che era meglio sdraiarsi per terra e strisciare. Sì, strisciare.

Come quando giocavo con Marco: entravamo quatti quatti nella cucina e poi saltavamo in piedi di scatto per spaventare la mamma. Ci cascava sempre lei, e non riusciva nemmeno ad arrabbiarsi perché mentre urlava le veniva da ridere! E allora si inginocchiava, apriva le braccia, noi correvamo verso di lei e ci lasciavamo stringere forte.

Dopo quel giorno, il giorno in cui Marco ha lasciato la vita attaccata al pallone, la mamma ha smesso di abbracciarmi. Forse perché da sola sono troppo piccola per riempire un abbraccio fatto apposta per due.

Mentre strisciavo in camera di Marco quella notte, cercando di arrivare a prendere la palla, mi è venuto da chiudere gli occhi; volevo immaginare che Marco era lì che strisciava accanto a me, così avrei avuto meno paura e mi sarei sentita meno sola.

Il problema era che, con gli occhi chiusi, non vedevo bene dove andavo e così sono andata a finire sotto il letto e ho urtato qualcosa. Allora ho gridato un poco, perché mi sono spaventata, ma poi mi sono ricordata che nessuno mi doveva sentire, così mi sono premuta forte le mani sulla bocca e ho coperto la voce.

Quando la paura è passata, ho aperto gli occhi e le ho viste: le nostre lattine! Era tanto tempo che non le usavamo più e io me ne ero dimenticata. Vedi che si dimenticano le cose, anche quelle belle, se una non ce le ha più davanti? Per questo non dovevo far bruciare alla mamma tutta la roba di Marco!

Le nostre lattine…

Erano due lattine di birra.

Marco un giorno le aveva comprate per farmi vedere che ormai lui era grande e che poteva bere la birra come mamma e papà. Così le ha bevute tutte e due in un minuto, poi si è buttato sul letto e non parlava più. Io all’inizio avevo paura, ma poi mi è venuto da ridere. Lui aveva la faccia tutta storta e rossa e si lamentava peggio di come faccio io quando ho la febbre alta. È rimasto sul letto per tanto tempo, senza parlare, e io sono rimasta lì a fargli compagnia.

Da quel giorno abbiamo usato le due lattine per mandarci i messaggi dai balconi delle nostre camerette. Spesso mamma e papà ci mettevano in castigo e quello era l’unico modo per parlare. Mamma non sapeva nemmeno che esistevano quelle due lattine! Potevo prenderle; tanto lei non se ne poteva accorgere mai.

È stato così che mi sono portata via il pallone di Marco e le nostre lattine, e non li ho lasciati mai più. La mamma pensa di aver bruciato tutto, ma per dimenticare Marco doveva bruciare anche me.

Quando tutta la vita di mio fratello ha preso fuoco nel giardino di casa nostra ed è salita su nel cielo a fargli compagnia, io non c’ero. Ero a scuola. Sono felice di non aver visto mio fratello che se ne andava via un’altra volta. Sono due anni che lui non c’è più, eppure io non ho dimenticato niente di lui.

Qualche volta ancora piango, ma non mi vergogno. Se mi manca proprio tanto allora prendo le lattine; ne avvicino una bocca e l’altra la tengo su un orecchio. Me la ricordo ancora la sua voce, e se a volte proprio non ci riesco a farmela venire in mente, penso a tutte le sere che non riuscivo a dormire e andavo a bussare alla sua porta. Appena sentiva i miei passi, prima di farmi entrare diceva: “Quale terribile mostro minaccia il sonno della piccola peste stasera?”.

Io non rispondevo mai. Mi premevo le mani sulle guance, lo guardavo con la testa nelle le spalle e gli occhi grandi e luccicanti di lacrime per la paura. Lui mi sorrideva, scostava le coperte e diceva: “Vieni cacasotto!”. Poi mi abbracciava e mi raccomandava di non fargli la pipì nel letto.

Quando mamma e papà sono a lavoro io vado a giocare a calcio nel cortile dietro casa e mi porto dietro le lattine, il pallone e Marco.

Sono diventata brava in porta. Sì, d’accordo, non sono grande e grossa come mio fratello, però sono agile: piccoletta ma svelta. I miei compagni sono tutti più grandi e mi prendono spesso in giro, però mi vogliono bene. Sono una importante! Se non ci sono io, come fanno a giocare senza il pallone e le lattine per fare la porta?

Quello che più mi dà fastidio però, è quando piove. Non riesco a concentrarmi quando piove! Eh sì, perché vedo che il pallone rotola nel fango e si sporca, e si sporcano pure le lattine; così passo il tempo a cercare di tenerle pulite, mi distraggo e mi fanno sempre gol. Allora capita che quando c’è il sole mi scelgono sempre per prima, invece quando piove tirano a sorte per chi si deve Accollare la disgrazia… È così che dicono.

Il momento che mi piace di più è quando vengono i vecchietti del paese a vedere come giochiamo e io li sento dire: “Guarda Nina che brava che è diventata! È la copia sputata di suo fratello”. Allora sono felice e penso che ho fatto bene, che se io non lo dimentico nessuno lo dimentica.

Quando torno a casa, invece, è il momento che mi piace di meno. Mamma fa finta di non vedermi e di non sapere che sono stata a giocare a pallone. Non mi saluta fino a quando non mi sono lavata e messa il pigiama. Però non mi ha mai detto che non devo giocare. Forse ha capito che ognuno ha il modo suo per provare a sentire meno dolore, ma a nessuna di noi due piace il modo dell’altra.

Ieri notte, però, è capitata una cosa bella.

Quando sono andata a letto, ho messo il pallone vicino al comodino e ho preso le lattine tra le braccia; sto sempre attenta a non stringere troppo forte perché sono già tutte ammaccate e mi lasciano i graffi sulla pelle. Durante la notte ho sentito un rumore venire dalla camera di Marco e, anche se mi tremavano le gambe, ho preso il pallone, stretto più forte le lattine e sono andata a vedere.

Camminavo piano e mi veniva da piangere. Ma non lo facevo per paura, piangevo solo perché mi sono ricordata che, anche se ancora mi svegliavo per qualche brutto sogno, non mi ero mai più alzata dal letto da quando mio fratello se n’era andato e mi faceva male sapere che, qualunque cosa c’era nella sua camera, non era lui. Quando sono arrivato davanti alla porta, l’ho aperta piano, tenendo gli occhi chiusi. Ho sentito un po’ di vento sulla faccia e mi è sembrato di sentire che le lacrime sotto le palpebre si erano come ghiacciate.

“Quale terribile mostro minaccia il sonno della piccola peste stasera?”.

Una voce debole, piccola e piena di pianto mi aveva parlato. La mamma. Ho aperto gli occhi e l’ho vista sdraiata sul parquet, sotto una coperta, con un pallone tra le braccia. Mi ha guardato qualche secondo senza dire niente, il vento non c’era più. Poi ha abbassato la testa e ha scostato la coperta. Quando ha tirato di nuovo su la testa mi ha fatto un sorriso con dentro ancora tante lacrime, ma io ero già un po’ più felice.

Allora mi sono buttata addosso a lei più veloce che potevo, piangendo e stringendo al petto le cose più care che ho. Lei ci ha stretti forte.

Due palloni.

Due lattine.

Due figli.

Forse da quella sera non sono più troppo piccola per riempire un abbraccio fatto apposta per due.

Autrice, attrice, educatrice. Ho lavorato come docente, sceneggiatrice, drammaturga, documentarista, giornalista. Al momento, lavoro al mio primo romanzo.

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