Piaceri sovversivi

Educare il cervello alla meraviglia del torto

Oggi è il giorno in cui si celebra la liberazione dal nazifascismo e, come tutti i festeggiamenti in questo periodo di confinamento, ha uno strano retrogusto. Celebriamo il ricordo di un passato di lotta e di affermazione collettiva, ci auguriamo il meglio per il futuro, ma quanto siamo liberi, ora? E non parlo delle nostre case trasformate in galere, e neppure dei nostri dati personali tracciati da un’applicazione, parlo della più antica questione del libero arbitrio, ossia della possibilità di ragionare in modo autonomo e critico. Qui dove siamo ora, braccati dalla paura, tremanti d’angoscia, allarmati per la contrazione dei nostri diritti, mi pare che la lucidità necessaria a mettere in piedi un’analisi ponderata rischi di indebolirsi, rendendoci facili prede di chi ha fatto del bombardamento informazionale, della produzione a raffica e mirata di notizie false un’arma per destabilizzare le menti e gli stati.

Tutto quel che dirò affonda in una premessa necessaria: per quanto ci sembra che il mondo contemporaneo consenta di parlare a un pubblico ampio e variegato, di fatto ogni discorso è per lo piú una predica ai convertiti. Oggi, ogni comunità, ogni gruppo d’opinione è noto col nome di bolla ed è a questa che si parla, quasi esclusivamente, circondati da persone che già la pensano come noi. Questa tendenza, già presente nella natura delle relazioni umane, è esasperata dalle strategie di marketing messe in piedi dai grandi colossi informatici per il controllo delle nostre emozioni e delle nostre azioni. E, giacché preferisco essere brutalmente onesta con me stessa, so che anche questo scritto andrà incontro alla medesima sorte d’essere letto da chi è già persuaso che così sia. Per esperienza, però, so anche che di tanto in tanto qualche persona riesce ad evadere la prigione della regola per farsi eccezione.

Scrivo sempre augurandomi che ciò accada.

Molte persone, me compresa, vantano d’essere libere pensatrici, affermando di prendere sul serio ogni teoria “fino a prova contraria”. Eppure, credere di essere invulnerabili alla propaganda e del tutto slegate da condizionamenti, pregiudizi, ideologie, automatismi nega nei fatti la libertà del proprio pensiero.

Mi spiego: credere di essere gli unici o tra i pochi ad aver capito “come funziona”, a saper intuire ogni genere di fregatura, a riconoscere senza falla ciò che è reale da ciò che non lo è, a pensare sempre e assolutamente partendo dai soli fatti, senza inquadrarli in alcuna teoria preconcetta del mondo, significa essere così intrappolati nei propri automatismi ideologici da essere diventati ciechi ai binari su cui ogni nostra opinione si muove, già instradata e, perciò, del tutto prevedibile. Questo vale sempre e per tutti. Ognuna di noi naviga i giorni col pilota automatico inserito, contando su pregiudizi e semplificazioni. Per cui, buona parte delle scelte che compiamo sono predestinate ad avverarsi, non le scegliamo davvero ogni singola volta, le mettiamo in scena sulla scorta di un copione che il nostro cervello ha pre-scritto per noi. Per gran parte del tempo viviamo in un modo deterministico, privi di vero arbitrio. Potremmo, in teoria, discutere le scelte che mettiamo in atto, non in realtà non lo facciamo perché mettere in discussione ogni piú piccola decisione ci farebbe letteralmente impazzire. È una questione di risparmio energetico necessario a mantenere una sufficiente igiene mentale.

Il nostro cervello lavora secondo il principio di minimo sforzo, massimo rendimento. Questo è sano se si tratta di decidere quale strada fare per tornare a casa, cosa mangiare, cosa indossare… Non possiamo arrovellarci su ogni singola scelta, tutti i giorni, né sarebbe utile o sensato mettere costantemente in dubbio il perché dei piccoli gesti quotidiani. Occorre, però, avere piena consapevolezza che chiunque è strutturato per funzionare in questi termini. Se non siamo consapevoli di questa realtà è impossibile disinserire il pilota automatico quando è, invece, necessario, mettendo davvero in discussione le nostre scelte, siano esse grandi o piccole, ordinarie o eccezionali.

È fondamentale ritagliarsi un momento, ogni giorno, in cui allenarsi a dubitare. Non si tratta di esercitare il dubbio in ogni singolo istante ma di farlo in maniera sistematica. Occorre fermarsi e darsi il tempo necessario per formulare le domande giuste. Perché se non si dedica sufficiente spazio alla formulazione delle domande giuste, si rischia di passare la vita a cercare risposte inutili a domande sbagliate; a interrogativi che non abbiamo neppure formulato in piena coscienza. Spesso, infatti, le questioni sulle quali ci impuntiamo non sono neppure davvero nostre, si tratta di problemi standardizzati, insoddisfazioni indotte, promosse dalla narrazione dominante a fini d’indirizzo e di controllo politico- economico.

È sempre valido, quindi, il principio socratico per cui l’unica precondizione necessaria al sapere è ammettere di non sapere. Allo stesso modo, l’unica precondizione necessaria alla libertà di pensiero è ammettere di essere schiavi dei nostri preconcetti, di essere guidati da idee memetiche che si riproducono attraverso di noi ma che non sorgono da noi.

Fatta questa lunga premessa, vorrei provare a evidenziare un’altra verità, ad essa collegata.

Oltre a pretendere, comprensibilmente, di lavorare il minimo indispensabile, il nostro cervello è anche molto interessato al piacere di facile e immediato accesso. Per convincerci a procuragli quel piacere, ci regala scariche di adrenalina, dopamina, serotonina, ossitocina e altre delizie ogni volta che seguiamo i tracciati da lui segnati.

Razionalmente, potremmo essere consapevoli che continuare a compiere una certa scelta ci renda frustrati e infelici, ma il nostro cervello resiste con tutte le sue forze ai cambiamenti, alla sovversione della routine, alla rinuncia ai piccoli piaceri garantiti, per cui si opporrà oltre ogni logica alla sovversione delle abitudini che il nostro stomaco, il nostro cuore e, in ultima analisi, l’intero corpo rigetta in modo tanto evidente quanto ignorato. Per quanto siano nefaste e dolorose certe abitudini, il nostro cervello ha piú orrore del cambiamento, di dover cancellare tutti i tracciati e ridisegnarli da capo che non di imporci una vita di miseria, rinuncia, privazione, disperazione.

Tendiamo a credere, cartesianamente e al di là delle molteplici evidenze contrarie, che il cervello sia il luogo del razionale e il corpo il luogo dell’irrazionale; che la mente sia il luogo dell’ideale perfetto cui tendere, mentre il corpo sia il luogo dell’abiezione che ci sobilla ad assumere decisioni autodistruttive, crediamo perciò che le sue intemperanze vadano tenute a bada, imbrigliate dalla logica.

Giacché corpo e mente sono tutt’uno, invece, spesso i ruoli si mescolano. Ed ecco che accade che la pancia ci racconti una verità che il cervello si rifiuta di riconoscere.

Tutto questo discorso può essere esemplificato dal modo in cui cerchiamo le informazioni, studiamo e ci aggiorniamo riguardo questioni di nostro interesse; questioni che spesso esulano dalle nostre competenze specifiche, per cui ci tocca affidarci alle opinioni di esperti. Si tratta, in tutta evidenza, di un’attività intellettuale che dovrebbe seguire criteri logici. Se cosí fosse, di ogni questione dovremmo indagare varie prospettive prima di scegliere quella che ci pare piú credibile. Tantissimi sostengono di farlo, ma non è affatto vero. Non appena si imbatte in una qualche questione, specie se molto dibattuta nella nostra comunità, il cervello emette una sua sentenza assai prima di aver compiuto un’esaustiva ricerca in materia, formando istintivamente un pregiudizio. Se poi veniamo coinvolti in una discussione, la nostra ricerca sarà esclusivamente orientata a cercare elementi di conferma. Il cervello di tutti noi funziona così. A meno di non imporsi una disciplina contraria, il nostro cervello ci comanda di dimostrare che abbiamo ragione in cambio della solita scarica di dopamina e adrenalina. Non ci chiede di cercare la verità al di là delle nostre convinzioni, non ci chiede di considerare le ragioni dell’altra persona né di valutare fatti e dati, ci chiede di provare che “abbiamo ragione noi” sì da non dover ripetere la fatica di creare nuovi ragionamenti, nuovi tracciati, nuove ipotesi.

Ecco perché vogliamo leggere solo cose che confermano le nostre opinioni. Non perché siamo cattivi o in malafede, ma perché il nostro cervello, pur brillante, è decisamente pigro e tende a diventare dipendente dal piacere a basso costo che non richiede grande sforzo. Per questo alcool, sigarette, cannabis, shopping, televisione, sesso creano facile dipendenza: forniscono un piacere immediato, disponibile a comando e che non richiede grande dispendio energetico. Certo, ci sono quelli che, invece, godono nel rimandare i piccoli piaceri per inseguire piaceri piú grandi e intensi, quelli particolarmente disposti al sacrificio delle gioie quotidiane nella prospettiva di gioie d’ordine superiore, ma sono un’esigua minoranza.

Si configura quindi un’altra dipendenza, tra le moltissime che non ho nominato, di cui tutti siamo vittime e che, perciò, non desta particolare attenzione. È la dipendenza dall’avere ragione, dal confermare la nostra opinione e dismettere con spregio, con ostentato disgusto qualsiasi opinione contraria.

Il nostro cervello è strutturato per indurre sensazioni positive ogni volta che le nostre ipotesi vengono confermate, vale a dire ogni volta che i pensieri possono percorrere la solita strada già tracciata nel cervello, ogni volta che la realtà ci dice (o sembra dirci) che “avevamo ragione”. È una sensazione che dura poco e di mediocre intensità, ma comunque abbastanza inebriante da provocare assuefazione. Quella scarica di adrenalina e dopamina, per qualche secondo, ci fa sentire invincibili e non vogliamo rinunciarci. Ma se riusciamo a dare a noi stesse un rapido sguardo esterno, se riusciamo a lanciarci un’occhiata da una prospettiva altra, vedremo quasi certamente quanto è piccolo e meschino quel vuoto entusiasmo telecomandato dal cervello per emozionarci di fronte a finte vittorie.

Da questa caratteristica della nostra specie, ne deriva un’altra, il cosiddetto: “bias di conferma”. Si tratta di una tendenza schematica, a-razionale che ci induce a dare maggior valore e rilievo alle informazioni che confermano i nostri sospetti. Se troviamo dati che ci danno torto, il nostro cervello non è contento e ci comunica frustrazione, alla quale reagiamo contestando per principio la veridicità di quei dati, senza neppure guardarli. (E, in questo stesso momento tutti coloro che stanno leggendo e io che sto scrivendo pensiamo piú facilmente a quando sono gli altri a commettere un simile errore pensando che a noi, invece, non capiti mai).

La verità è che pochissimi tra noi hanno le competenze per verificare personalmente buona parte delle convinzioni scientifiche che abbiamo, quindi tutto si riduce agli enti, alle persone, alle realtà in cui riponiamo la nostra fiducia. Se non ci fidiamo di nessuno siamo condannati a vivere nella paranoia e non siamo affatto persone più libere, né dimostriamo di saper (o voler) fare lo sforzo di separare quanti meritano fiducia (in virtù della loro storia, delle loro azioni, delle loro parole, seppur sia sempre possibile sbagliare in buona fede), e quanti non la meritano.

Se ci fidiamo sempre delle informazioni ufficiali e non prestiamo neppure un briciolo di attenzione alle voci differenti, dissonanti rispetto al racconto mainstream, siamo condannati a un brutto risveglio quando scopriremo che l’ufficialità delle fonti non è sempre sinonimo di affidabilità. Non lo è storicamente. Non lo è evidentemente.

Se non ci fidiamo mai delle informazioni ufficiali, alla perenne ricerca di quello che c’è sotto, dietro, di lato, affidandoci alle opinioni di qualunque pinco-pallino pronunci “quello che non vogliono farvi sapere”, rischiamo -oggi più che mai- di essere alla mercé di tutti quanti fanno della presunta contro-informazione uno strumento per propagandare confusione, disorientamento e condurre -infine- all’apatia. A furia di voler scovare quello che c’è “dietro”, spesso, finiamo col perderci quello che è nascosto in piena vista.

Avere dubbi è sano. Un dubbio che diventa sospetto non è già più un vero dubbio.

Se io sospetto -sub-spicio, guardo al di sotto- vuol dire che ho già deciso dove volgere l’attenzione, ho già scelto dove indirizzare prioritariamente la mia ricerca. Certo, il sospetto più nascere dopo aver raccolto dati attendibili e sufficienti, ma se si sospetta a-priori, come scelta di principio, in tal caso, non si analizza davvero ogni prospettiva e le energie saranno focalizzate in una particolare direzione di indagine. Si tratta della stessa tendenza che guida alcuni investigatori di polizia verso la costruzione di un caso d’accusa contro un imputato anche laddove manchino completamente evidenze chiare e univoche. Della serie: “So che sei colpevole, quindi ho il dovere di costruire un impianto accusatorio per poterti punire, anche facendo ricorso a false prove”.

Se io dubito -duo habeo, trattengo due cose insieme- vuol dire che non ho completamente abbandonato una prospettiva in favore dell’altra e la mia è una ricerca attiva, vale a dire che a ogni passo si interroga sul proprio senso e sulla propria validità ed è pronta a sconfessarsi in ogni momento, perché l’obiettivo non è accontentare il mio cervello che desidera avere ragione, ma ricercare una verità di ordine superiore che può passare e, anzi, deve certamente passare per la scoperta di aver avuto torto. Se davvero ammetto di non sapere, di non capire tutti gli aspetti di una certa questione, devo accettare che avrò torto molte volte lungo il percorso che porta la verità.

Ecco perché imparare a godere dell’essere in errore, allenarsi all’orgasmo da fallimento (in quanto prova di tentativo sincero, testimone del nostro coraggio) è un piacere radicalmente sovversivo che può cambiare per sempre la qualità della nostra vita, nonché della ricerca di un senso profondo per le nostre azioni individuali e collettive.

Occorre convincersi che scoprire quel che sta davvero accadendo -con tutte le approssimazioni, le incertezze del caso- provoca un piacere assai più intenso, profondo e sconvolgente di quella piccola scarica di mediocre soddisfazione da “l’avevo detto io”. Il nostro cervello è tarato per offrirla a chiunque sia capace di mentire a se stesso, possiamo procurarcela facilmente, a patto di selezionare dalla realtà solo le informazioni che convergono sui nostri pregiudizi. Per liberarci davvero da queste reazioni pavloviane, irragionate, occorre allenamento. Bisogna costringere la mente a ridisegnare i suoi tracciati negandogli la soddisfazione di infimo livello cui anela per mostrargli quanto è sovversivo il piacere del torto, specie quando, errore dopo errore, fallimento dopo fallimento, conduce a un’epifania, alla rivelazione di un frammento di verità capace di provocare orgasmi multipli e di aggiungere significato e profondità alla nostra esperienza di vita.

Alla luce di quanto detto, la tesi che vorrei sostenere tramite l’analisi di uno specifico complotto è la seguente: i gruppi di opinione come i no-vax sono vittime di strategie mediatiche volte alla diffusione dell’agnotologia*, tanto quanto lo sono i loro oppositori, i militanti sí-vax, i blastatori di professione.

Entrambi sono strumenti della sistematica svalutazione delle prospettive veramente dissidenti e pienamente informate e la costante sovraesposizione del loro scontro è utile a celare o dismettere questioni ben piú gravi che riguardano il settore farmaceutico e che sono ampiamente documentate. E questo perché, ormai, lo scontro si è allargato al punto da coprire tutta la conoscenza scientifica, medica e no, creando due gruppi rigidamente separati, fideistici e impermeabili alle opinioni altrui.

Naturalmente, potrei scegliere altri gruppi d’opinione polarizzati (in merito al 5G, al cambiamento climatico, all’origine naturale o artificiale del Covid-19), ma credo che quello proposto possa essere esemplificativo, mutatis mutandis, anche di altre questioni. Tant’è vero che già si parla di gruppi pro e contro il tracciamento dei dati personali a scopi sanitari usando i termini “sí e no trax”. Lo scopo è proprio quello di evidenziare la presunta continuità che esisterebbe tra l’essere contro i vaccini e l’essere contro il controllo governativo dei propri spostamenti.

Che c’entrano le due questioni una con l’altra? Nulla. Assolutamente nulla. È solo questione di strategia comunicativa . Se non vuoi essere considerato “come un no vax”, devi dire sì al tracciamento, e viceversa. I gruppi di opinione sono due, rigidi e polarizzati, e non sono previste posizioni miste. Di fatto, la questione sì-no-vax è diventata paradigmatica dell’intero approccio alle scienze da parte di chiunque si azzardi a partecipare alla discussione. Qualunque critica si pronunci all’indirizzo di un qualsiasi argomento in ambito scientifico, non importa quanto seria, circostanziata, ponderata, se si mette in discussione l’approccio scientifico ufficiale al problema X, ecco che arriva puntuale un addetto all’apposizione delle etichette: “Sei come un no-vax, un analfabeta funzionale, uno che crede che lo sbarco sulla Luna non sia mai avvenuto”. Di contro, se ti affidi ai dati ufficiali per analizzare e comprendere la questione Y: “Sei come un sì-vax, un alleato dei poteri forti, un conformista, una pecora che cammina col muso infilato nel culo di quella davanti, seguendo l’opinione maggioritaria”.

L’effetto della confusione informazionale, che questa sia o meno progettata, voluta, non è promuovere una certa politica vaccinale piuttosto che un’altra, ma generare confusione, esacerbare gli animi su una questione non così rilevante per il mercato della salute e polarizzare l’intera discussione sulla scienza medica e farmacologica, di modo che ogni opinione critica possa essere derubricata a complottismo in stile no-vax.

In sostanza, le due opposte posizioni sui vaccini sono diventate, per sineddoche, parti capaci di descrivere l’intero approccio di una persona alle scienze. Non è possibile stare nel mezzo di questo scontro senza avere una posizione precisa, né è possibile far sommessamente notare che lo scontro in sé è irrilevante, uno specchietto per le allodole che, sempre più, pare utilissimo a nascondere in piena vista gli orrori macroscopici di cui le case farmaceutiche sono indiscusse protagoniste.

Eppure, pensiamoci un attimo: mettere in giro e dare ampia eco a cospirazioni facilmente falsificabili, per poi ridicolizzare chiunque creda in ogni genere di complotto, è la strategia perfetta per disinnescare qualsiasi teoria critica, perché fa sì che ogni sorta d’accusa, per quanto seria, provabile e provata, sia depotenziata e umiliata dall’accusa di complottismo e di contiguità con altre idee balzane.

I vaccini sono, storicamente e scientificamente, una straordinaria conquista della medicina moderna; hanno salvato e salvano milioni di vite e non sono causa d’autismo che, tra l’altro, sarebbe tempo di considerare per quel che è: una neurodiversità e non una malattia. Allo stesso tempo, le grandi case farmaceutiche sono tra le realtà più orribili, anti-etiche, avide e corrotte dell’intero pianeta. Hanno tra le peggiori reputazioni che la storia ricordi ma, siccome vendono beni fondamentali a cui nessuno è pronto a rinunciare, se ne fregano, tanto che neanche fingono di voler cambiare le loro aberranti politiche.

Negli ultimi decenni, hanno fatto passare per nuovi farmici già sviluppati ma privi di brevetto, sí da poterli vendere in esclusiva e a prezzi da capogiro; hanno messo in giro finti farmaci anti-cancro o che garantivano di curare altri scompensi e malattie senza alcuna reale efficacia; hanno venduto e vendono farmaci dai pericolosissimi effetti collaterali, in alcuni casi mortali, per puro profitto; sperimentano i loro farmaci solo sugli uomini cisgender, ignorando la diversa biologia delle donne, delle persone trans e intersex, con esiti spesso drammatici per la loro salute; speculano senza vergogna sui malati proponendo prezzi assurdi per cure salvavita (dall’insulina per i diabetici alla cura per l’epatite C).

Mi fermo perché credo il punto sia chiaro, ma la lista delle nefandezze potrebbe essere lunghissima e si parla di fatti pienamente accertati, spesso passati in giudicato, non di illazioni o dicerie. Sentiamo sempre dire che le case farmaceutiche fanno pressione sui governi per imporre e ampliare ovunque l’obbligo vaccinale perché “ci guadagnano”. E che ci guadagnino è certo. Ma quanto è noto che i vaccini sono tra le voci meno redditizie dell’industria farmaceutica? Nel 2018, la vendita di soli tre farmaci: Humira, Eliquis, Revlimid, ha fruttato quanto l’intero mercato dei vaccini. E allora perché nell’attacco alle grandi aziende farmaceutiche ci si concentra proprio su uno degli prodotti meno rilevanti economicamente e piú inattaccabili dal punto di vista medico ed etico? Perché non si attaccano con la stessa veemenza e organizzazione gli altri e ben piú gravi comportamenti di queste grandi aziende? La mole di documenti, di fatti che attesta i loro crimini è sotto gli occhi di tutti, facilmente reperibile, eppure la critica più nota e pubblicizzata a queste aziende è proprio quella che può essere facilmente smontata e ridicolizzata, nonché una delle voci meno influenti dei loro bilanci. La cosa è quantomeno curiosa, no?

La mia teoria credo sia chiara, a questo punto: la polarizzazione delle posizioni sulle questioni dei vaccini, diventata ormai questione-feticcio della generale “fiducia nella scienza” da parte di ognuno, è utilissima a nascondere fatti ben piú gravi e fondati, potendo contare sul supporto tanto dei pasdaran no-vax che di quelli sí-vax. Gli uni votati a screditare qualunque cosa provenga da fonti ufficiali, preda di paranoia, gli altri votati ad accettare tutto quanto venga affermato dalle stesse fonti, preda di fideismo. Di fatto, è questo che accade quando i contesti vengono subissati da informazioni contrastanti. Lo spirito critico annega e ci si divide tra chi non crede piú a nulla di quanto affermato dai media mainstream e chi crede a tutto, come se la scienza prodotta in contesti governativi o aziendali fosse un oracolo divino. Certo, c’è sempre chi sta nel mezzo, ma quelli che ci stanno per davvero sono pochi. Molti degli individui che affermano di coltivate il dubbio, o hanno un’opinione abbastanza precisa ma non vogliono esprimersi per paura delle reazioni altrui, o sono persuasi d’un qualche “forte sospetto” e, pur mantenendo una mentalità aperta in superficie, hanno già deciso a cosa vogliono credere e a cosa no.

In ultima analisi, a me sembra che i complotti piú noti servano per lo piú a ridicolizzare l’idea stessa del complotto. A puntare fari da 5000 watt su questioni marginali e facilmente falsificabili per tenere nell’ombra o sottotraccia questioni ben piú gravi.

*Ignoranza progettata e costruita facendo leva sulle patologie da sovraccarico di informazioni, attuata consentendo la diffusione di notizie che affermano tutto, il contrario di tutto, niente e il contrario di niente, allo scopo di determinare confusione e panico cognitivo. In condizioni di panico cognitivo, il cervello ripiega sugli automatismi, rendendo le scelte effettuate altamente prevedibili, quindi orientabili e sfruttabili a fini politici e commerciali.

Autrice, attrice, educatrice. Ho lavorato come docente, sceneggiatrice, drammaturga, documentarista, giornalista. Al momento, lavoro al mio primo romanzo.

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