La musica per me, e/a parole mie

La primissima cosa che ho sognato di diventare è stata la direttrice d’orchestra, preferibilmente sinfonica. Da piccola, chiusa in camera, dirigevo immaginarie sezioni d’archi, legni, ottoni, percussioni con un serissimo misto d’estatico trasporto e di vigore. Conservo il ricordo distinto della gioia e della sensazione di potenza che sentivo quando suscitavo e poi accompagnavo le onde sonore nell’aria, mentre tutta l’energia che avevo in corpo, talvolta disperata, altre volte raggiante, fluiva nelle vene e sgorgava dalle punte delle dita, tuffandosi dalla cima d’una bacchetta immaginaria.

È stato allora che ho ripetutamente sperimentato l’esistenza di sequenze di suoni, partiture per le quali e dalle quali scaturisce una tristezza talvolta momentanea, altre volte inconsolabile, dipende da quanto asilo s’abbia la forza e la voglia di concedere loro, da quanto le si lasci libere di scorrazzare nelle viscere o si decida di censurarle. Lo stesso vale anche per la gioia ma, nella nostra società, che pure dice di ambire alla felicità come bene supremo, la contentezza è un sentimento assai piú disprezzato della tristezza rispetto a quanto si creda. La gioia, almeno presso i colti, gli studiati, pare un sentimento falso, posticcio o, se va bene, adeguato a menti ingenue quando non rincretinite, ché solo chi poco e male sa può essere veramente contento. Questo è l’atteggiamento comune. E non parlo di un’opinione, ovvero di un pensiero consapevole, parlo di modo di porsi istintivo, preconscio, nei confronti della lietezza, che è di diffidenza: che c’avrà mai da ridere, st’idiota? Ma non è di questo che volevo parlare, l’odio per la gioia e, per estensione, per l’amore è materia per un altro scritto.

Dicevo: la musica.

Ci sono suoni che impongono il sorriso, pur breve e amaro, se la giornata non è buona, fatto sta che lo provocano; altri suoni strizzano lo stomaco e le lacrime dagli occhi anche nei giorni migliori. Mi sono spesso chiesta come fosse possibile che una certa orchestrazione sonora potesse impormi emozioni contrarie a quel che, sul momento, sentivo, o amplificare quelle che già provavo in maniera cosí radicale, dirompente. Al di là dei significati testuali del canto, è proprio dei suoni nudi e crudi che parlo, del perché i suoni minori ci facciano piangere e quelli maggiori ci inducano alla speranza, del come faccia una musica a entrare nello stomaco e, da lí, a premere i tasti del secondo cervello, sí da imporre l’accordo dell’umore al suono, sí da condurre le carne alla risonanza, fino a che i corpi diventano parte dell’orchestra: strumenti percossi da scariche, colpi, vibrazioni, impulsi, cui si impone il ritmo delle onde fisiche, cui s’intonano quelle psichiche.

Da piccola e per tutta l’adolescenza ascoltavo musica di continuo; ora meno, per motivi che forse saranno chiari tra un istante e per altri che non è il momento di dire. Fino ai quindici anni, da brava pianista in erba (passione durata assai meno del rimpianto per averla abbandonata, che mi attanaglia ancora oggi), amavo la musica classica. Nell’ascolto di quelle partiture prive di liriche, di esplicitazioni testuali cui il pensiero potesse legarsi per giustificare l’emozione che conseguiva, il legame diretto e inevitabile tra certe sequenze di suoni e certe emozioni è diventato, per me, auto-evidente. E questo ben prima di leggere ciò che la scienza sa o crede di sapere sul fenomeno. Dico crede perché, malgrado la meccanica suono-emozione sembri deterministica, non è possibile considerarla tale quando si abita la soglia tra il regno fisico e quello psichico. C’è moltissimo che sfugge alla comprensione e alla definizione, eppure il legame tra certe partiture e certe sensazioni pare darsi assolutamente.

[Qui un chiaro esempio di quel che intendo: una sequenza di suoni capace di indurmi al pianto in meno di un minuto. Fin dal primo ascolto].

Finora ho provato a fotografare con parole mie qualcosa che certamente tutti sanno e hanno esperito di persona, seppure ognuna e ciascuno a modo e con suoni propri. Probabilmente, questa è pure la ragione profonda della nostra predilezione per la musica, la piú amata e universale tra tutte le arti. Si ha la chiara, immediata percezione della sua potenza taumaturgica, o estasiante, o elettrizzante, o esaltante, o disperante. La musica può quasi tutto. Tranne quando è imposta. Allora somiglia piú al rumore e, almeno per me, può diventare insopportabile.

Oggi, come per le informazioni (cui siamo sovraesposti fino al panico cognitivo), viviamo costantemente immersi in musiche che si sovrappongono, che contrastano, che dissonano, che non abbiamo scelto e si impongono sui discorsi, pretendendo di offrire la sensazione di vivere come nei film, in cui le azioni sono perennemente accompagnate da una colonna sonora. La forzata e costrittiva proposta di musiche negli spazi pubblici è una delle ragioni per cui frequento sempre meno bar, pub, ristoranti et simila, specie se pretendono di imporre un ascolto musicale spesso mescolato all’audio-visione televisiva, il tutto orchestrato a mo’ di sottofondo per il caos di voci che ciarlano, di storie che accadono, di relazioni che vivono in quegli spazi. Quel che ne viene fuori è, per me, insopportabile. Non mi è possibile processare simultaneamente tutti quegli stimoli contrastanti, né posso isolarmi e concentrarmi efficacemente sui suoni che piú mi interessano per lungo tempo. O meglio, potrei anche sforzarmi e riuscire a farlo, ma a patto di resistere a una condizione di forte e crescente disagio. Nel mio modo di percepire, se si ascolta la musica, si ascolta la musica.

La musica, per me, non può fare da sottofondo; la musica è il discorso, non accompagna questo o quel brandello di vita, lo dirige.

Per la stessa ragione, detesto far sesso col sottofondo musicale, e per lungo tempo ho duellato con l’idea, tendando di persuadermi dell’idea che esistesse la musica giusta, qualche volta sono riuscita anche a convincermi che una certa accoppiata potesse funzionare, poi ho smesso di farmi illusioni, di forzarmi in una condizione che mi era innaturale giacché, inevitabilmente, mi veniva da cantare, o da ballare, o comunque da immergermi nel ritmo e nell’umore dei suoni: la musica mi attrae a sé, imponendomi di risuonare con lei. Oppure dovevo ignorarla e ricoprirla di parole. Come si può far sesso e ascoltare la musica insieme? Lo so che milioni di persone al mondo ci riescono e lo trovano straordinario, io non riesco a non sentirlo artificioso, strano. Una delle due azioni, nel mio modo di sentire e percepire, deve cedere il passo all’altra, per cui l’attività soccombente diventa elemento di disturbo e distrazione.

Anche leggere e scrivere con la musica non mi risulta sempre facile, ma non lo trovo impossibile, solo che -poi- non sempre apprezzo ciò che ho scritto o mi ritrovo ad aver pienamente compreso quel che ho letto. Mi piace camminare con la musica, pedalare con la musica, fare esercizio, compiere gesti semplici facendomi dirigere dalla musica, ma non riesco a concepirla come innocuo sottofondo ad attività cognitivamente impegnative e complesse o, comunque, troppo intense, ché considero l’ascolto della musica un’attività quasi totalizzante, capace di risucchiare attenzione e energia, finendo per orientare i miei movimenti, i miei pensieri e le mie emozioni, lasciando emergere quella parte di me che è d’accordo con certi suoni, ammutendo le altre.

Accetto ch’essa sia colonna sonora e non protagonista che s’impone all’attenzione, accetto che sia sottofondo solo per qualcosa di chiaramente artefatto: uno spettacolo teatrale, un film, un evento sportivo... Qualcosa di cui fruisco perché mi viene raccontato, che avviene al di là di me, senza che io sia coinvolta in prima persona. Altrimenti, per come percepisco il mondo, la musica è un’attività, qualcosa che spinge alla partecipazione pressoché totale di corpo e mente.

Non posso e detesto abitare luoghi in cui viene orchestrata, per altro malamente, in modo cacofonico e in termini incoerenti, una presunta colonna sonora delle vite collettive, buona per tutti i discorsi e tutti i momenti lí presenti e che nessuno è chiamato ad ascoltare direttamente ma che tutti sono costretti a subire indirettamente.

Ma questo è un mio problema, una mia idiosincrasia, una mia difficoltà, forse, ad abitare la contraddizione, la dissonanza sonora che si fa cognitiva, forse è segno d’eccessiva severità o forse di sincera difficoltà ad accettare la mancanza di coerenza sonora cui consegue una confusione psichica. Non m’importa capirlo, ora, e forse non m’importerà mai: è una di quelle poche cose che non fatico ad accettare per ciò che è, senza bisogno di capire perché sia in questo modo e non in un altro.

Come che sia, era un’altra la cosa che volevo dire e mettere a fuoco attraverso questo breve racconto della complessa ed esclusiva relazione che ho con la musica percepita, ché per parlare della relazione ugualmente viscerale che ho con la musica agita -la danza- servirebbero diverse centinaia di altre parole.

Quello che mi premeva dire è che dalla cognizione della stretta relazione tra suoni ed emozioni, ossia dalla comprensione di come sia ovvio che certe emozioni scaturiscano, in quasi ogni essere umano, da precise sequenze di suoni, è nato il sogno folle, impossibile, che è il mio eterno tendere e che, da scrittrice, coltivo; un sogno che rischia di sembrare dispotico (e forse un poco lo è), ma che io intendo come l’emergere di un accordo, come il sorgere di un consapevole assenso e non come manipolazione ipnotica.

Laddove la musica agisce sul preconscio, la parola fa appello alla coscienza; anch’essa è suono, ma quel che comunica è altamente sofisticato, ed è per questo che è assai piú difficile parlare alle viscere e farle danzare all’unisono raccordando le parole piuttosto che con accordando i suoni. La musica pare arrivare piú facilmente al dialogo diretto con l’impulso vitale.

Il sogno, comunque, è quello di riuscire a mettere in fila la giusta sequenza di parole-idee, sí da stimolare nelle menti di chi legge un’emozione-epifania sulla comune condizione di viventi umani, cui segua un’azione-danza collettiva che ci conduca a prendere in mano le redini della nostra specifica evoluzione per svilupparla in modo piú eco-sistemico, sensato, amoroso, coraggioso, creativo, solidale, curioso…

Dubito sia un sogno originale, credo anzi che sia un sogno originario, tra i primissimi sognati dagli umani col pallino sia della narrazione che della rivoluzione, un’ambizione che è là fuori e qui dentro da tempo immemore, fin da quando abbiamo cominciato a saperli raccontare e nominare i nostri sogni; fin da quando qualcuna ha deciso di voler fare di quel narrare la sua principale attività, la sua vocazione, ciò che sente d’essere nata per fare, pur senza che alcuno sia nato per leggere e ascoltare quel che sente di dover dire.

Questa cosa, che so essere la mia vocazione, ciò che il mio daimon mi costringe a fare, la so perché me l’ha sussurrata la musica, ripetendomela ogni volta che ha potuto. E mi sono convinta che, se ascoltata attivamente e completamente, possa dirigere quasi tutti alla consapevolezza di ciò che si desidera al di sopra di tutto, schiarendo e orientando i desideri e, se non la vocazione, quantomeno i sogni del momento. Se usata come colonna sonora della pubblicità della felicità, per perpetuare la costante finzione di vite iperperformanti, vissute al massimo e piú che mai svuotate che pretendiamo di vivere, è solo rumore e, come ogni rumore, confonde, disorienta e, alla lunga, ammala.

Autrice, attrice, educatrice. Ho lavorato come docente, sceneggiatrice, drammaturga, documentarista, giornalista. Al momento, lavoro al mio primo romanzo.

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