Di ciò, di cui non si può dire, non si deve tacere

Marina Abramovich — Anima Mundi, Pietà (1983)

Non ho mai saputo scrivere d’amore. Non conto d’imparare a farlo adesso. Ciò nondimeno, sento il bisogno di legare il mio dolore a un intreccio di parole, a una trama capace di decrittare quanto esiste al di là di questa nuova morte, di questo assassinio premeditato, perpetrato con risoluzione sorda a qualsiasi ripensamento, inesorabile.

Ho ucciso una relazione dovendo passarla a fil di spada ogni giorno per mesi, tacendo quasi a tutti la malattia terminale che l’aveva colpita, sviluppando emorragie interne a ogni “e poi che farete, dove andrete?”, sanguinando ogni volta, ricucendo la ferita di notte per poi riaprirla il mattino seguente, impedendole qualsiasi cicatrizzazione. Ho sempre saputo d’avere una buona resistenza al dolore, ma credo d’essere riuscita, stavolta, a straziarmi con una cura quasi mistica, come quelli che vestono il cilicio o si squarciano le carni a colpi di frustra. Se sono ancora viva e salda lo devo alle lacrime che, ogni giorno, mi hanno impedito di implodere; al tremor panico che, ogni tanto, mi ha confuso a tal punto i pensieri da costringermi a fissare un punto solo, lì dove balenava una luce a segnalare ciò che era più giusto per me, non importa quanto facesse male.

Credevo che degli amori mi rapisse l’inizio e, invece, ora so che quel che meglio s’imprime nella memoria e che più intensamente mi sconvolge è la fine. Sono diventata un’artista della fine. Tutta l’attenzione e l’accoglienza che, nel durante, mi sono spesso interdette da una filosofia di vita incardinata su principi precisi, poco incline al compromesso, s’esprimono nella fine, dove l’abnegazione e lo spirito di sacrificio che mi sono possibili raggiungono il culmine.

Ogni inizio porta inscritta la propria conclusione, ogni storia termina, prima o poi, se non con un premeditato e risoluto addio in vita, col taglio netto e improvviso o smozzicato e stillicida della morte. E mentre un nuovo capitolo chiuso s’aggiunge alla mia biografia sentimentale, ho bisogno di raccontare un fallimento d’amore epurato dal lamento, in cui non ci siano colpe da assegnare e comportamenti da stigmatizzare. Le mie ragioni, le sue ragioni stanno al loro posto, abitano lo spazio in cui s’è instillata e s’è nutrita la decisione di finire, la scelta di fallire. Non importano, ora, i motivi. Non servono a nessuno, né dentro né fuori di noi. Quel che potrebbe essere utile e il senso di questo mio scriverne è questo: se ho tanta difficoltà a raccontare l’amore è perché, come la vita, è fatto per lo più da parti noiose; le stesse su cui occorre sorvolare quando si vuole raccontare una storia accattivante. Trovo poi che confini col pornografico trattare gli eventi e i sentimenti amorosi a favore di camera, tentando di irretire l’uditorio, persuadendo gli astanti d’una sintonia perfetta e senza fallo che neanche le favole s’azzardano a raccontare. Difatti, ogni favola d’amore si chiude con l’inizio della relazione, riassumendo i lunghi anni a venire (o i pochi giorni) con un verso falso e ridondante in cui s’afferma che vissero felici e contenti.

Avevo forse neppure vent’anni quando misi mano a una delle mie prime drammaturgie. Le protagoniste erano le celebri donne delle favole, divenute ormai anziane. Giocando a burraco e discutendo di cose ordinarie, svelavano la verità sugli anni trascorsi in compagnia dei loro principi, al di là delle strategia di propaganda dei rispettivi regni che professava gli uomini come azzurri, leali cavalier serventi e le donne come bellissime e fragili, eterne bambine in pericolo. Non so quale vecchio computer faccia da sarcofago a quell’antico scritto, ma potrei ricomporlo a occhi chiusi, ché l’idea che sulle relazioni si raccontino un sacco di frottole -da allora- si è solo radicalizzata.

Non voglio sembrare sprezzante e disillusa. Il mio scopo non è sputare sull’amore altrui in virtù del fallimento dell’amore mio. Lo so bene che c’è chi riesce ad amarsi per tutta una vita, a darsi forza, a valorizzarsi a vicenda, a condividere sul serio un orizzonte di senso e scopo. Dico che pubblicizzare relazioni prive di sforzi e tensioni non fa bene a nessuno e finisce per alimentare fantasie impossibili. Dico che ci sono infiniti modi di amarsi e non tutti, ad esempio, prevedono d’essere solo in due, uomo e donna cisgender, d’abitare la stessa casa, di fare figli e concordare su ogni cosa o, comunque, di dissentire con eleganza e in armonia. Credo sia meraviglioso trovare qualcuno la cui presenza nel proprio spazio si avverte confortante e luminosa, l’idea che ciò sia comune e alla portata di chiunque è, invece, nefasta.

È vero pure che io, di base, faccio meno fatica a credere nell’amore per l’umanità, per la vita e per tutto ciò che esiste, nonché a confidare nel buon cuore della nostra specie che ad amare e ad affidarmi a un uomo o una donna soli. In generale, gli amori che mi pare funzionino somigliano a patti di solidarietà, d’eterna amicizia e muto sostegno, qualcuno è anche condito da una bella intesa sessuale, altri no. Raramente mi è sembrato di scorgere in una relazione di lungo corso una pulsione amorosa ancora viva e vibrante. Conosco amori pacati e pacificati, unioni fruttose e concordanti che a vederle muoversi nello spazio si prova, per procura, un’indescrivibile gioia, la stessa sensazione di contentezza che si sente davanti a un incantevole paesaggio naturale, qualcosa di simile all’entusiasmo radioso che accompagna un SI — PUÒ — FARE.

Se posso essere brutale, però, buona parte delle coppie che conosco, al di là della vetrina esposta al pubblico, mi disturba per il sottile eppure incessante accusare, sminuire, irridere, recriminare… Tanto da determinare un disagio in nome del quale sento spesso il bisogno di fuggire. So per certo d’essere stata anch’io parte di coppie simili. Sarà per questo che m’angoscio nel vedere persone che amo ferirsi a quel modo.

Sono cosciente d’aver fatto un discorso senza senso, vorticoso e privo di un centro, d’una tesi da cui partire o di una conclusione cui giungere. In genere trovo naturale scrivere attingendo al mio autentico ed estatico tormento. Eppure, aprire la mia testa al passeggio degli altri, lasciarmi solcare le onde del sangue fino al cuore, invitare sconosciuti a calarsi nella mia gola per una gita tra stomaco e visceri senza vergogna nemmeno per il puzzo cui costringo le nari di chi s’avventura mi risulta abbastanza semplice, a patto che non debba scrivere d’amore. Su questo tema vacilla la mia spudoratezza e la verità mi muore sulla punta delle dita. Le parole si fanno reticenti, involute. Forse perché esporre non l’amore come idea ma come pratica e come vissuto mi pare indecente; forse perché non si tratta di me sola; più probabilmente perché associo l’amore alla frivolezza, a uno stereotipo femminile in cui cercano d’incastrarmi e da cui fuggo da tutta una vita. Tanto che ormai non so più se è una parte di me quella che mi rincorre e da cui fuggo, o ciò che la società vorrebbe che fossi e a cui m’oppongo. Foss’anche una parte di me, comunque, credo sarebbe ormai come un braccio che non posso più sentire mio. Sarà pure attaccato al mio corpo, ma a volte neanche questo basta a sentire le cose come proprie.

Nonostante i miei evidenti problemi a parlare d’amore in modo sensato e ordinato, comunque, ribadisco il bisogno di sanguinare apertamente per la sua mancanza . Di provare a indagare, sebbene alla cieca, le ragioni di quel fallimento sempre nuovo che è, per me, l’amore.

Sono per tanti versi una donna sfacciata ma non ho mai saputo gridare l’amore per alcuno neppure al ripostiglio, figurarsi al mondo. Celo i miei sentimenti in uno spazio ristretto, in un sussurro timido a portata d’orecchio che forse è bisogno di intimità o forse è vergogna, e più probabilmente è tutt’e due. L’amore mi ha fatto spesso sentire sola, debole e sciocca, che significa insipida, vuota, inutile, non stupida, come invece è bello sentirsi.

Sentirsi stupide d’amore significa stupirsi della momentanea assenza di dolore, di peso, del riuscire a respirare senza soffrire almeno un poco. L’amore la fa quella cosa, specie all’inizio, di sgravare il cuore, di gonfiare una bolla-balla intorno agli amanti, sfocando ogni cosa fuori; di terraformare una realtà visibile ed esperibile da loro soli. Per il resto del tempo, però, che è la stragrande maggioranza, non è stupìda che mi sono sentita, ma oppressa. L’amore non mi toglie il fiato, quasi sempre me lo mozza. E seppure l’effetto sia simile, a vederlo da fuori, l’esperienza da dentro non è quella della sospesa meraviglia ma somiglia alla fame d’aria.

Il pudore estremo di dire l’amore trasuda da ogni riga che stento a scrivere a riguardo. Mentre mi arrampico su pareti d’astrazione per raggiungere le cime dei pensieri sull’amore, sorvolando sui dettagli del mio concreto fallire ad amare, si sente che -alla fine- non riuscirò a dire niente che sia capace di oltrepassare gli ampi confini della vaghezza.

Nelle cose minute si nasconda la dea, dicono e, insieme a lei, tutto il dolore che provo e che smaterializzo in concetti, di cui analizzo le dissonanze e profetizzo le certa fine che attende ogni mio tentativo di comunione con un’anima sola. Resta insondabile il perché mi riesca così facile aver fede nell’umanità e nell’anima del mondo e non nell’amore di singole persone che mi pare siano lì per essere da me deluse e per deludermi, in attesa che una delle due dica basta e si torni a soffrire da sole l’incomprensione invece che insieme l’oppressione.

Il senso di questa morte e la vocazione della prossima rinascita, comunque, forse sarà proprio trovare una via d’uscita da questa prospettiva mortifera, esistenzialista e nichilista della vita come lunga e lugubre marcia di dolore, condita di gioie illusorie, tra cui l’amore sarebbe la più potente. Forse la coppia non è il mio destino. L’amore, però, potrebbe coprire territori assai più vasti di quelli che visitati fino a oggi. Pure se ogni quartiere aveva forme varie, uniche e mai uguali, dubito d’aver visto tutto quanto c’è da vedere. Mi sforzo d’errare in modo originale, di fare sbagli nuovi. Questo, almeno, è un principio cui cerco di non sottrarmi. Probabilmente è ciò che mi toccherà continuare a fare.

E se è vero che c’ho capito poco e che per quel poco, comunque, non mi pare d’essere portata, è vero pure che -alla fine- è niente quel che so dell’amore. Ogni relazione è un pianeta alieno. E gli unici confini alle possibilità esplorative delle infinite galassie amorose, se non accettiamo di vivere entro i recinti che la società ci propina, coincidono coi limiti della nostra immaginazione.

Questa è la storia sfocata che il mio istinto ha composto, infine, per dare inizio allo straziante patteggiamento tra il senso di perdita e quello di colpa, tra la paura di una vita senza amore e di una morte senza lascito.

Solo un’idea continua a riemergere, insistente: fare parentela, costruire legami ampi e plurali al di là dei generi, delle specie, dell’idea cartonata e plastificata dell’amore romantico, delle strutture famigliari etero-patriarcali. Non sono sicura di vivere in un mondo che sia pronto a un simile salto e sono ancor meno certa d’essere pronta io. So però che questi sono gli scenari su cui si muovono le storie che voglio raccontare e, così, contribuire a progettare. E tutto perché, un giorno, sia possibile abitarle. Quando cerco una visione di futuro capace di liberarmi dall’oppressione della coppia, dalla solitudine che in essa s’avverte e, insieme, dall’incomprensione che consegue all’isolamento, a una vita priva di relazioni significative cui mi sento ancor meno portata, sento che l’idea di folti e coesi e solidali ecosistemi d’amanti serve lo scopo.

Autrice, attrice, educatrice. Ho lavorato come docente, sceneggiatrice, drammaturga, documentarista, giornalista. Al momento, lavoro al mio primo romanzo.

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