Discorsi sui principi d’un saggio in-finito/2

[Tracce del Salto Mortale all’Indentro]

La Riproduzione Vietata, di René Magritte (1937) - Museum Boijmans Van Beuningen, Rotterdam

Monologo in Tre Confidenze e Una Confessione/

Ho anch’io le mie motivazioni mediocri, le mie ambizioni cretine. Non sono pura. Pure a me mi piace stare sul cerasiello dove inevitabilmente si erge quella che sostiene di avere un fatto assai importante da dire e che mai, prima, s’era detto o tentato. Eppure, in verità, mi disturba pensare di starmene lì appollaiata tutto il tempo, a prendermi infinitamente sul serio. Se ci resto troppo mi viene la nausea, le lacrimi agli occhi e voglio scendere. Oppure mi viene da ridere, sempre fino alle lacrime. Certo, riconosco di essere stata addestrata ed ammaestrata[1] a pensare che l’umiltà sia sempre cosa buona e giusta e l’arroganza sempre brutta e schifosa. Condivido con molti un’educazione cattolica -che mai ci si scrosta del tutto di dosso, per quanto ci si strofini fino a scarnificarsi- in più sono una femmina e, nella società in cui sono nata e cresciuta, la modestia, il volo basso, la dedizione e il sacrificio sono affermate come qualità solo in parte discutibili del mio genere.

Insomma, se una donna ha la pretesa di essere presa sul serio riguardo le sue attività non-conformi a ciò che è “normale che una femmina ami fare”, inevitabilmente, è un mascolone. O, se le concedono la grazia del riconoscimento del genere in cui si identifica, allora è una femmena sbagliata. Intendiamoci: da quando sono nata io, la donna può fare -in teoria- tutto quello che vuole, ma meglio se con un’attitudine prevalentemente segretariale, di servizio, senza alzare troppo la testa. La presunzione e la sfrontatezza, negli uomini, pur quando non considerata positiva, si ritiene inevitabile, connaturata; nelle donne –invece- sarebbe contro natura. Le femmine non si siedono con le gambe aperte, non dicono parolacce o usano il dialetto, non sono portate per le scienze e si muovono nella vita con elegante discrezione, sorridendo. Sempre. Se si crucciano o si arrabbiano sono vaiasse [2]. L’idea prevalente è che la mente e il corpo femminile siano prestati alla collettività solo finché la donna non si vedrà obbligata ad espletare il principale compito assegnatole, a tutt’oggi, dalla società: trovare un marito con cui fare figli, tralasciando o marginalizzando ogni altra occupazione. Che delle donne si concentrino su gravidanze intellettuali è previsto solo fino a un certo punto. Se vanno troppo oltre, non si sa perché si ritrovano monche e vengono chiamate poverine. Funziona così: siete donne che hanno girato il mondo, amato tante persone, scritto, creato, conosciuto e non hanno avuto figli? Poverine. Gli uomini con lo stesso curriculum sono spiriti liberi e non sono considerati poveri proprio da nessuno, al massimo “lupi solitari”. Ma, in fondo: che pretendo? Appena cent’anni fa Marie Curie fissò a tre Nobel la quota minima perché una donna fosse considerata degna di insegnare alla Sorbona. Lei ne aveva vinti solo due, che si dimostrarono insufficienti (specie alla luce della sua vita amorosa, troppo incurante dei precetti sociali che si imponevano a tutte donne, precetti e a cui neanche a lei era dato disobbedire, non importa quanto fosse brillante).

Quindi, chiudendo una gigantesca parentesi su un inconscio evidentemente assai perturbato dalla questione femminista, lo so bene che se la presunzione mi puzza è anche perché me l’hanno sempre ben incartata nello sterco, onde evitare che potessi vestirla e quindi diventare una più temibile, l’ennesima, competitor. Ciò nonostante, credo che un po’ puzzi di suo. E forse ho le prove.

Facendomi un discreto mazzo a tarallo, mi sono liberata da moltissimi dei dogmi culturali riferibili, per esempio, al cattolicesimo o al patriarcato. Non nutro alcun desiderio di sposarmi (o, come sarebbe più onesto dire, considerate le modalità di sposalizio a tutt’oggi in corso: di venire sposata), né mi curo granché di aderire al modello narrativo di femminilità che i media e i mediocri pretendono il solo e unico. Ho cambiato idea molte volte, perché quelle che avevo non reggevano la prova dei fatti, della logica, del mio più intimo sentire, di un ponderato sesto senso. Non ho quindi paura di mut(il)are la mia configurazione di base[3], so resistere al dolore dell’amputazione ed ho appreso la capacità della rigenerazione. Non mi illudo di rimuovere ogni cosa chirurgicamente, asetticamente: e che il caos mi scampi dal riuscire in un simile scopo. Anzi. Si tratta piuttosto di recisioni volutamente barbare, eseguite col metallo rovente e una botta in testa come anestetico. Sono necessariamente dolorose e credo occorra manifestarne i segni, le cicatrici.

Marchi della psiche che vanno dipinti in fondo agli occhi, alla fine della voce, sulla punta delle dita, in cima a tutti i peli del corpo e tra quelli del naso. Graffi che affrescano il palato e si stampano a margine di ogni espressione. In genere, tendo a preferire interlocutori che mostrino i segni del processo di decostruzione-ricostruzione. E ammiro infinitamente coloro che riescono a resistere alle soluzioni anestetiche a lungo termine che sembrano rendere superfluo ogni intervento[4]. Solo mostrando i segni dell’operazione chi mi parla ha la possibilità che io lo prenda sul serio, che isoli le sue parole dalla massa indistinta di pour parler fatto di titoli e di meme[5], di riassunti così brevi da rasentare l’inconsistenza e da rendere, perciò, del tutto vano lo spreco di silenzio che comportano.

Solo se vedo i segni della lotta in chi parla posso sapere se quel che mi si dice è stato consapevolmente salvato dalla configurazione di base, criticamente adottato perché convincente. Non importa cosa mi si arrivi a comunicare, purché i miei sensi non siano costretti a subire un’invasione di idee memetiche, irragionate ed autoreplicanti. Insomma, l’atteggiamento generale è questo: se le idee che mi vuoi propinare sono davvero tue, e quindi le hai capite bene, pensate a fondo nella tua testa, messe in discussione e salvate più volte dal fuoco che tu stesso avevi approntato per testarle, se le conosci anche nelle loro contraddizioni e hai comunque deciso di tenerle con te, allora può essere che ti ascolto, altrimenti, mentre parli, magari preferisco pensare agli universi simbolici di Berger e Luckmann, oppure a Paul Newman.

Io lo so che siamo tutti già parlati e che non è possibile né auspicabile liberarsi da ogni costrutto. E proprio perché di tutto non ci può liberare, la questione rimane una: perché non troviamo il modo di stabilire insieme quello che ci vogliamo tenere per buono? E ammesso che siamo tutti d’accordo a volerlo fare, possiamo cominciare a farlo?

Tornando a bomba. Penso che l’arroganza sia un costume molto appariscente, accecante e sensualissimo, che bisogna saper indossare e dismettere all’occorrenza, evitando come la peste di farne una seconda pelle. Ci ho messo parecchio a cucire il mio, e per molto tempo ho lasciato giacesse riposto nell’armadio. L’ho provato di nascosto per anni, l’ho indossato nei sogni quasi ogni sera, talvolta l’ho mostrato agli amici e in qualche occasione persino a vantaggio di un modesto pubblico. L’ho sempre svestito, alla fine. Mi addestro ancora a portarlo, con enorme fatica, e ora credo di essere pronta a indossarlo di fronte a un pubblico di composizione e numero incerto. Al termine di questo e d’ogni discorso, però, so già che non sognerò altro che di rimettermi in tuta e ricominciare l’allenamento. Ché in fondo la tuta è da sempre l’abito che sento più mio, e l’allenamento mi diverte assai più della gara.

Sono un’atleta capace di sottoporsi a interminabili sessioni di potenziamento. In privato o in piccoli gruppi non disdegno di esibirmi in salti carpiati, avvitamenti e volteggi mentali dal discreto quoziente di difficoltà. Soffro un po’ la gara, ché non riesco facilmente a zittire quelle vocine interne che mi sussurrano (riecheggiando in vocine esterne) che alla fine, messa alle strette da un esercizio davvero difficile e importante, le mie mediocrità sarebbero evidenti. Io però mi sono allenata, e bene. Quindi le vocine, per una volta, possono andare a schiantarsi sul mio tubercolo di Darwin.

L’Heureux Donateur, René Magritte (1966) — Musée communal des beaux-arts d’Ixelles

Seconda Confidenza: Beth — La casa in campo

E’ chiacchiere s’è port’o vient’. Anche questa è una di quelle nozioni di base, uno dei luoghi comuni in cui sono cresciuta. A corollario ne esistono svariati: un gesto (o il silenzio) vale più di mille parole, a parole sono buoni tutti, parole parole parole, a’ megghia parola è chira ca unn’escia, il silenzio è d’oro la parola d’argento Le parole sono pietre, finestre oppure muri. Sulle parole si è detto di tutto ma, in gran parte, si sono dette parole estremamente diffidenti. C’è una buona ragione.

A parole è possibile codificare inganni così giganteschi da costringere in violentissimi e millenari labirinti gli stessi codificatori. Accade continuamente, tanto nella vita sociale quanto in quella individuale. C’è persino chi sostiene che questo e solo questo sia il destino ineluttabile di chiunque giochi troppo e troppo a lungo con le parole: malefiche, ingannatrici, seduttrici, puttane. Sembra quasi di sentir parlare delle donne. E, del resto, sono in tanti a dire che le donne parlino sempre più degli uomini e che questo sia molto molto male. Io però vorrei provare a difenderle, le parole. E non per evitare che scontino la loro pena, ché di colpe ne hanno moltissime, ma per chiedere che si risparmi loro la vita. E possibilmente anche l’ergastolo.

Quello che io sto attentando di scrivere ha già percosso le (in)coscienze di chiunque sia convinto che esistano cose che non si possono dire. È vero, le si potrebbe esprimere in tanti e migliori modi, meno farraginosi e artificiali di questo, meno parlati. Le si potrebbe musicare, dipingere, danzare, percepire. E di solito è molto meglio così. Però vi prego di credermi se vi dico che io sento che con le parole si fa un poco di tutto questo, perdendo molto, certo, quanto a profondità, ma guadagnando infinitamente in ampiezza. Per mezzo delle parole continuiamo, pur in stato di semi-coscienza, a eseguire l’essenziale e primigenia sintesi randomica elaborata dall’umanità. Le parole restano il modo migliore che ci è riuscito di inventare per trasmetterci immagini-ricordi e sensazioni reciproche, svelando od occultando la natura complessa delle nostre individualità. Fin dall’inizio del tempo umano, quando abbiamo perso l’incredibile senso olfattivo che caratterizza tutti i primati, abbiamo smesso di percepire non solo le tracce della preda, ma le emozioni dell’altro, il suo stato d’animo. Certo, abbiamo da sempre un vastissimo campionario di espressioni facciali e posture e gesti a supporto della comunicazione, ma a un certo punto non sono più. bastate. E invece ancora bastano a tutti gli altri primati. A noi accadde qualcosa di diverso e di ancora non chiarito che ci costrinse a parlare.

Il contesto, secondo i criteri evoluzionistici darwiniani, deve averci costretto a escogitare e perfezionare un’attitudine che non riguarda nessun primate a noi conosciuto. Tornerò più avanti sull’ipotesi che, ad oggi, mi sembra quella più interessante riguardo la nascita delle lingue umane[6]. Quel che sappiamo è che a un certo punto fummo spinti a emettere suoni vocali, a parlarci, quasi certamente perché gli altri sensi avevano perso la loro utilità nel servire lo scopo di comunicare. L’olfatto non ci diceva più dove l’altro era, dove era passato o cosa provava, la vista –pur acuita dai lunghi millenni di vita sugli alberi- non poteva andare al di là delle evidenze esterne ed immediate. A un certo punto non abbiamo potuto fare a meno di parlare per dire. Fino a formulare almeno una domanda, rivolta a tutti gli altri, la sola che certamente ha agitato la curiosità di tutti i primi umani: senti anche tu come sento io?

Penso con tenerezza e un po’ d’invidia a quei primi umani che svilupparono un sé riflessivo (io sono), una Teoria della Mente (che cosa farebbe Tizio al mio posto in queste circostanze? Cosa pensa Caia quando fa quella cosa?) una forma di empatia (capisco come ti senti e mi sento anch’io come te). Me li immagino abitati dall’inquietudine di non sapere se e come ciò che provavano li rendeva diversi da tutti gli altri; se quel che pensavano e immaginavano li rendeva speciali oppure uguali. E chissà se mai sospettarono che potevano essere entrambe le cose. Non li biasimo se non furono capaci di intuirlo, a centinaia di migliaia d’anni di distanza, tanti stentano ancora. Per conto mio, mi è capitato mille volte di figurarmi come potrebbero suonare, nelle mie lingue, quelle preistoriche emozioni indicibili.

[°°°]Quando corriamo insieme verso la preda, e un leone ci sbarra la strada, com’è la tua paura? Somiglia alla mia? A cosa pensi, se pensi, quando stiamo là là per buttare il sangue? E quando di notte ci sdraiamo a dormire sotto il cielo, e quello scintilla ricolmo di lontanissime e innumerevoli lucciole? A me viene il vuoto qui nella pancia, e mi pare che il fiato si faccia strada a fatica. Succede anche a te?[°°°].

È opinione comune e diffusa che la società umana sia stata fondata sul gossip[7], ovvero sull’interesse morboso che gli esseri umani da sempre nutrono per i fatti di altri esseri umani. Credo però che, in fondo, si tratti di una potente semplificazione, forse viziata dal bisogno di ricordare all’umanità quanto mediocre e meschina sappia essere. Di certo, quell’interesse morboso esiste ed è fondante nella nostra società, eppure a mio avviso non rappresenta affatto l’architrave delle nostre civiltà. C’è qualcosa ancora prima del gossip, il quale, a ben guardare, appare soltanto come effetto secondario di un bisogno assai più ancestrale, imponente, esistenziale: conoscere se stessi e il resto intorno attraverso gli altri, accumulare informazioni per riuscire ad assumere uno stato ideale, armonico e completo, condiviso; uno stato in cui ci si senta protetti ma liberi. Se avessimo voluto sapere solo chi andava a letto chi, chi tramava contro chi, chi aveva tradito chi e così via, ad libitum, ci sarebbe bastato un campionario di gesti simili a quello delle altre scimmie.

Probabilmente, non eravamo interessati solo questo, e io credo neppure principalmente a questo. Il gossip è uno dei mezzi messi in campo per penetrare conoscenze più profonde, per accumulare informazioni su chi siamo come specie. Ma non è affatto tutto qui. Volevamo sapere cose così difficili da comunicare che abbiamo dovuto ideare un complesso artefatto sonoro, un comune codice-sorgente, qualcosa che consentisse ai pensieri di essere programmati[8] e quindi agiti, modificati, ampliati ma — soprattutto- comunicati. Ciò nonostante, le parole, continuano a non sembrare il modo più breve e più comodo per arrivare all’essenza delle cose. Anzi. Spesso ce ne allontanano. Rappresentano però l’unico modo che abbiamo per arrivare a concepire e rappresentare pensieri e sentimenti altamente complessi, stratificati, per poi essere capaci di comunicarli agli altri. Ché, altrimenti, cosa ce ne faremmo? A chi gioverebbero? Credo che una buona sintesi, in fondo, non sia quasi mai né breve né finale, così come non lo sono le parole. Deve aspirare a tenere in parallelo più idee, da cui estrapolare concetti che rinuncino all’onnicomprensività ma comunichino qualcosa di nuovo a chi ascolta. La sintesi (e le parole che la esprimono) tiene in piedi mondi apparentemente contraddittori all’interno di una storia coerente, chiara e dimostrabile. Tiene dentro la fine e l’inizio, in quest’ordine. La sintesi risolve e rilancia in vista di una più complessa risoluzione. Le parole sono state il nostro primo strumento sintetico[9]: logico-matematico e artistico insieme. Le abbiamo elaborate per condensare alcuni aspetti delle arti che già conoscevamo, al fine di trasmettere conoscenze che andassero oltre le percezioni e le sensazioni im-mediate; che fossero capace di ricordare, raccordare e raccontare[10] ciò che ci pareva di essere arrivati a capire fin lì.

Credo che le arti non parlate abbiano una grande profondità di campo, connaturata a una scarsa ampiezza dello stesso. Le parole funzionano esattamente al contrario: hanno scarsa capacità di penetrare a fondo le cose particolari, limitandosi a un’astratta rappresentazione (o codifica-azione) delle stesse, e proprio per questo conservano potenzialità infinite riguardo l’ampiezza e la varietà delle cose rappresentabili. Perciò occorre accettare che una sinfonia musicale o un film ci faranno sempre emozionare e intuire assai più immediatamente e profondamente di quanto possano un saggio di fisica o filosofia, e forse persino di un romanzo, o addirittura di una poesia. Neppure si può ignorare, però, che il livello di autocoscienza che ci consente di interpretare e comunicare quelle stesse emozioni e intuizioni si esplicita principalmente in codici linguistici, ovvero in miriadi incalcolabili di parole, simboli.

Esperiamo ed esprimiamo l’arte con i suoni, le danze e le visioni, ma la impariamo dalle e la imprimiamo nelle parole. E scrivere, in fondo, a me pare davvero una danza per delle mani[11]. Parlare, mi pare davvero un modo assai complesso di cantare e battere il ritmo col corpo. E cosa diavolo sarebbero mai la parole scritte, in fondo, se non il dipinto imperfetto e inquieto di una umanità-bambina che s-tenta a spiegarsi? Sono, in sintesi, quanto di meglio siamo riusciti a fare per operare coi e sui pensieri come si fa con le quantità numeriche: per sommarli, sottrarli (più spesso completarli[12]), moltiplicarli, dividerli e molto, infinito altro ancora.

[1] Addestrare: render destro (pronto, idoneo)/ Ammaestrare: istruire all’esercizio di qualcosa

[2] Termine napoletano antico che sta a indicare “le serve di casa”, a tal proposito di consiglia caldamente la lettura di Uasseide, poema eroicomico di Giulio Cesare Cortese, che conoscono in pochi, disponibile, gratis, online. Meraviglioso.

[3]Riferimento a “Questa è acqua”, il celebre discorso di David Foster Wallace.

[4] Curiosamente, in molti si danno pena perché agli anestetici venga preferito un “sano e arcaico dolore fisico” (penso alle donne che osannano i dolori del parto naturale e rifiutano finanche il principio dell’epidurale, ad esempio). Eppure, quando il dolore fisico è davvero estremo e — come accade ancora oggi durante molti parti — si rasenta la morte, non risulta sano proprio per niente: si rischia di morire ricavandone, se si sopravvive, niente più che un corpo malmesso, con un corredo di acciacchi e paure che prima non c’erano. Certo, se va tutto bene si dimentica e, per molte e molti, il guadagno che viene dal superamento di un estremo dolore fisico è troppo elevato per rinunciarvi. Posso essere d’accordo. Ma solo se il dolore si presenta come davvero indispensabile alla guarigione o alla creazione, non se è un vezzo misticheggiante. E quando si riconosce un dolore necessario da un vezzo? Lasciate che i Rambo del corpo entrino nel campo del dolore psichico ed emotivo, lì dove è necessario sopportare atroci e prolungati dolori per liberarsi dei molti mali della mente (dolori che, a differenza di quel che si dice sui dolori del parto, non si dimenticano proprio per niente). La maggior parte di loro la vedrete mettersi in fila per gli anestetici senza alcuno scrupolo. Tanti grandi Rambo del dolore corporeo diventano piccoli frignoni di fronte alla evidente necessità di operare dolorosamente su alcune parti del sé.

[5] E no, non mi riferisco tanto alle immaginette che affollano il web (che sono, sì, dei meme, ma della forma più sciocca e meno virulenta che si possa immaginare, decisamente passeggeri), mi riferisco ai memi potenti, quelli incastonati nelle varie culture. Parlo della teoria memetica di Richard Dawkings che postula i memi come “unità di informazione culturale auto-propagante”, paragonabili a quel che i geni sono per la biologia.

[6] È la teoria della scimmia acquatica di Alister Hardy, attivamente divulgata, ampliata e sostenuta dalla scrittrice e studiosa Elaine Morgan e che, dopo anni di furiosa opposizione, oggi è riuscita a modificare il modello evolutivo conosciuto come quello “della savana” con l’attuale modello “a mosaico”. Si tratta di una tra le teorie più ottusamente osteggiate della storia della scienza, in cui anche i migliori argomenti vengono rigettati senza ragione di evidenza scientifica e a cui solo recentemente si apre timidamente la porta, sotto la pressione dei suoi ottimi punti e per evidente mancanza di alternative maggiormente comprovate. Inoltre, si tende a preferire l’espressione “ipotesi dell’ambiente acquatico”, perché quella relativa alla scimmia acquatica non è l’unica teoria in merito. Come che sia, la teoria della savana, per lungo tempo in auge è, come minimo, altrettanto lacunosa e non provvista di tutte le prove empiriche che certi assunti, dati da molti per scontati, richiederebbero. Il fatto che la parola nasca da un’esigenza di caccia e, come sospetteranno in molti, del tutto contro-intuitivo. Perché dei cacciatori dovrebbero parlarsi quando anche il minimo rumore può essere controproducente e far scappare la preda? Avrebbero senz’altro preferito dirsi le cose a gesti (abilità in cui i primati eccellono) e in ogni caso, come molte conclusioni propinate con sicumera dagli ortodossi della teoria della savana, anche queste sulla nascita del linguaggio sono, come minimo, altamente dubbie. Al pari dell’ipotesi sulla scimmia acquatica, l’ipotesi della savana è solo una delle storie possibili. A mio umile avviso, la teoria più osteggiata –qui- possiede i migliori argomenti. Non li possiede tutti e, molto probabilmente, la verità è da qualche parte intorno alle due, cui dovranno mescolarsi delle altre teorie perché ci venga offerto un quadro non dico completo, ma ragionevolmente abbozzato. Tant’è vero che oggi, nel descrivere il probabile contesto ambientale in cui le prime scimmie antropomorfe si sono evolute, i paleo-antropologi preferiscono parlare di un ambiente “mosaico” che comprenda, come minimo, fiumi e laghi, e non più di semplice savana.

[7] In proposito, e non solo, si consiglia la lettura del ricco e affascinante Da Animali a Dei, di Yuval Noah Harari.

[8] Dal greco antico πρόγραμμα ‎(prógramma, “avviso pubblico scritto, editto”). Quel che viene “programmato”, viene scritto perché sia reso di conoscenza pubblica.

[9] In italiano, due significati figli di diverse discipline condividono lo stesso lemma. Entrambi, infatti, risultano consonanti all’antico greco σύνθεσις ‎(súnthesis, “mettere insieme”). Appare sintetico, in filosofia, quel che raccoglie gli elementi chiave o comuni di più discorsi, anche apparentemente contraddittori, e riesce a racchiuderli procedendo oltre; ma è sintetico, per la chimica, anche ciò che è artificiale, ovvero ottenuto dal processo di sintesi. La sintesi chimica è l’esecuzione di una reazione o di una sequenza di reazioni chimiche consecutive allo scopo di ottenere uno o più composti. Il processo e le esigenze che lo configurano sono decisamente assimilabili al processo di sintesi filosofica. Li lingua, ancora una volta, appare nelle sue fattezze sintetiche: è un artefatto cibernetico.

[10] La parola italiana “ricordare” ha a che fare con l’idea di tornare al cuore, viene infatti dalla stessa radice *PIE che sta alla base tanto della parola italiana “cuore” quanto della corrispondete inglese “heart”,*ḱḗr. La parola “raccordare”, invece, condivide la radice di “corda”, che a sua volta rimanda al greco χορδή ‎(khordḗ, “stringa di budello, corda”) e, tramite la comune PIE *ǵʰer- (“bramare”), finisce per imparentarsi con moltissime parole tra cui karma. In effetti, cos’è il desiderare se non la scelta di legarsi a qualcosa o a qualcuno, fosse anche un’idea? Il desiderio è una corda, una stringa di budello che collega il cuore al sesso. La parola raccontare ha a che fare col far di conto con qualcuno, nuovamente, verso qualcosa (re-ab-com-putare). Pare, quindi, che almeno linguisticamente ci riesca, con la stessa stringa di budello, di collegare il cuore al sesso, e tutto al cervello.

[11] La scrittura a mano (così come la lettura di tomi) mi sembra rappresentare meglio l’immane sforzo che la codifica-decodifica linguistica ha rappresentato almeno fino all’epoca delle macchine da scrivere personali. Con l’avvento dei computer, il gesto dello scrivere (e con gli e-book anche quello della lettura) sono diventati più simili a una micro-danza per occhi e dita. E non posso non provare a pensare a quel tempo remoto in cui la lingua era fatta di soli suoni e gesti e smorfie e giravolte.

[12] Non è un mistero della matematica che la sottrazione possa essere vista come una forma diversa di addizione definibile come “completamento”. Ovvero: piuttosto che affermare che sottratta ad X la quantità Y ottengo Z, posso chiedermi che X manca a Y per dare Z, ovvero qual è il numero che completa il risultato. Invece di assumere come incognita il dato di arrivo (quanto fa X — Y?) Si assume un risultato Z e si esprime in incognita la quantità X che manca a Y per completarsi in Z. Sembra più difficile di quella cosa scema che è. Ed è un’idea potente, secondo me, soprattutto dal punto di vista filosofico, ed è il modo in cui possiamo concepire una sorta d’aritmetica linguistica di base, che poi in gran parte collima con le operazioni logiche alla base degli algoritmi, senza le quali non avremmo l’informatica.

Ora: se siete arrivati fin qui (e francamente dubito davvero che qualcuna/o l’abbia fatto) sapete che se è vero -com’è vero- che esiste una terza confidenza e una confessione, non è qui che le troverete.

Autrice, attrice, educatrice. Ho lavorato come docente, sceneggiatrice, drammaturga, documentarista, giornalista. Al momento, lavoro al mio primo romanzo.

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