Discorsi sui principi d’un saggio in-finito/1

[Tracce del “Salto Mortale in Avanti”]

El jardin de las delicias, Hieronymus Bosch — Museo del Prado, Madrid

Se avessi il talento e la vocazione per guidare la mente e la mano a coordinarsi nel disegno e nella pittura, non avrei preso in prestito Il Giardino delle Delizie di Bosch, ma avrei qui illustrato -in forme sublimi ed eleganti, spudorate e indecenti- i simboli di tutte le ideologie, religioni, filosofie, teorie, oggetti e pensieri considerati sacri dall’umanità passata che si brutalizzano e si amano a vicenda, e così partoriscono nuove ideologie, religioni, filosofie, teorie, oggetti e pensieri meticci. E poi avrei immaginificato tutte queste ideologie, religioni, filosofie, teorie, oggetti e pensieri sacralizzati dall’umanità presente che si brutalizzano e si amano anche loro, e partoriscono i pensieri mutanti, le storie abbozzate, le forme e le lingue nuove dell’umanità futura: oscene, meravigliose, incomprensibili.

Acheronte

Benedetta, maledetta, inevitabile, infinita accozzaglia.

Ecce humanae sortis.

Checché ne fuoriesca al termine di questo ed ogni tempo,

siamo destinnati* all’essere spuri, meticci.

E così le nostre idee di bellezza, verità, libertà, giustizia.

Nulla di ciò che consideriamo sacro e immutabile, eterno e intoccabile finisce per conservarsi nella forma esperfecta** che qualcuno si convince debba avere per sempre.

Tutto cambia, certo -questo lo sappiamo da un pezzo- e ogni singola cosa o concetto che esiste si insozza e si abbrutisce, si intreccia e si innalza, guazzabuglia e slinguazza ogni altra cosa o concetto che esiste da sempre e per sempre, fino alla fine di questo e di ogni tempo.

(Questo pure lo sapremmo da un pezzo, ma facciamo finta che no, e popoliamo da secoli i secoli, rifabbricando e rivendendo le solite guerre cretine).

L’anarchia non è utopia né distopia, è qui. Ora e sempre qui.

Continuando a negarlo resteremo intrappolati nell’orizzonte degli eventi dei nostri umani ombelichi.

E se, fino a qualche tempo fa, ciò sarebbe equivalso a una condanna a morte, oggi qualcuno dice che dai propri ombelichi, forse, si può anche uscire.

(Anche se, quelli che lo dicono, parlano per lo più di ombelichi cosmici, di buchi neri propriamente detti piuttosto che dei pertugi cicatriziali che segnalano il luogo in cui, un tempo, abitavano le nostre fauci).

Ciò nondimeno, immaginiamo di essere qui: sull’orizzonte degli eventi dell’ombelico dell’umanità.

Quel che ci occorre, oggi, sono storie nuove (gomitoli di suoni in-formati in termini da principiare a srotolare nel labirinto) e qualche migliaio di solerti AriannePenelopi che sappiano tessere vaste e nuove trame che durino il tempo necessario a condurci fuori da qui, per poi disfarle e ricominciare.

Proverò a stendere un primo filo, traendolo dal garbuglio di sinapsi che abitano il mio cervello.

Se qualcuna e ciascuno fa tra voi vorrà fare un po’ di luce e tessere, con astuzia, la sua trama alla mia, ordendo verità e menzogna con sincera passione, potremmo forse saltare fuori dal buco nero in cui si è cacciata la nostra specie.

Simone Biles, in una delle sue magnifiche e sovrumane evoluzioni

[1] Destinati e condannati per natura innata.

[2] Esatta, perfetta, fatta-a-posta, finale.

Discorso sulle trame manifeste

Faust — Eine deutsche Volkssage, 1926, di F. W. Murnau

Partiamo da qui: più uno studia, meno capisce. Chi pensa, dopo aver studiato, di capirci assai più di prima, si inganna di un inganno feroce e pervicace, arrogante e insolente. L’essenza dello studio sta sì nella sperimentazione dell’ebbrezza della conoscenza, di epifanie fulminee e devastanti, grondanti di: Ora ho capito tutto! Certo, come altro potrebbe essere? Quanto ero cretino un minuto fa, e quanto restano cretini tutti gli altri ora! Tutto è chiaro: cristallino! Resta però cristallino solo per il tempo che impiega la luce a saettare nel fulmine, dopodiché -immediata e senza scampo, a pochi passi dall’entusiasmo più vivo- tuona incessante la struggente consapevolezza della complessità, dell’enormità delle cose; vibra profonda la chimera che è l’idea stessa di sapere: non si può sapere, questo si sa da sempre. E si sa fin dall’alba di quell’umanità civilizzata che oggi riconosciamo. Fin da Quello che era detto il più saggio di tutti e che, pur rifiutando fino alla morte di scrivere, fu scritto, e così gli fecero dire: so di non sapere. Quelle parole dovettero fare enorme impressione su tutti e dappertutto, e devono farla a tutt’oggi se continuiamo a ripeterle come pappagalli, tanto da arrivare a consumarle fino a smettere di capirle, o a usarle a sproposito come alibi per sguazzare –pigri– nell’ignoranza. Sapere di non poter sapere tutto non significa accettare lo sterminio della conoscenza e del suo valore, così come riconoscere di non poter vivere per sempre non significa accettare di fare un salto dalla finestra e chi s’è visto s’è visto. Perciò, sì, non illudiamoci: alla fine di questa come di qualunque altra lettura saremo ancora confusi, solo diversamente confusi. Avremo domande nuove. Perché è questo che implica il sapere più cose: moltiplicare il numero di variabili, elevare il grado di complessità del reale, aprire lo sguardo sulla totale in(de)finitudine e accettare che ci sarà sempre qualcosa che ci sfugge o che non abbiamo capito, poi, così bene.

Sapere tante cose, significa avere la chiara cognizione di ignorarne molte di più ed essere preda di seri e continui dubbi sul senso e la ragione di quanto si crede. Se vi sembra frustrante è perché lo è. Sappiate anche che rende liberi. Sul serio: è provato. O matti. Va detto anche questo. L’autodisciplina è l’unica reale precondizione per quel topos splendidamente imperfetto che è l’anarchia, che è — da sempre e per sempre — ora e qui, non lì e altrove. L’anarchia è il modello di organizzazione politica prescelto dal caos, sì che per trarne serio e decisivo vantaggio non bisogna inventare un luogo per l’anarchia, bisogna imparare a cavalcarla continuamente, armati di intelligenza e autodisciplina. Quando intuiamo che la realtà è nient’altro che un vociare colorato e cruento di storie: minuzie e grandezze, scampoli di verità e monumenti alla menzogna, calcoli, immaginazioni, nostalgie e avanguardie, allora quell’ansia di fare, di fare subito, di fare-purché-fare si scioglie. Diventa mestamente e maestosamente chiaro che di fronte a tale mole di non-sapere (e al possesso di sempre più informazioni, sempre più dati, sempre più cognizione) si richiedono tempi lunghi di elaborazione, di discussione, di strategia e, soprattutto, si richiede [medit]azione.

Sia chiaro: ho avuto anch’io la malattia del Faust, quella di voler sapere tutto, ma credo d’aver intuito appena in tempo che l’anima venduta al diavolo per una simile pretesa non è il nostro spirito immortale ma la nostra salute mentale. È la saggezza quieta di chi continua il viaggio alla ricerca di brandelli di verità incerta e relativa, barattata per la follia delirante di chi crede d’essere arrivato a concepire la Verità. Questo è Mefistofele, per me: l’ombra della demenza che attanaglia il piccolo cervello che pretende di conoscere ogni cosa, d’accumulare i saperi nella memoria, uno sull’altro, come si fa con i libri sugli scaffali, acquisendoli una volta e per sempre. Ma, forse, la conoscenza utile e sana è quella che non si ritiene, è quella che si pratica, è quella che si ridiscute sempre, che si mette alla prova infinite volte, finché ci svela un nuovo segreto. Come fanno le canzoni e le poesie quando, improvvisamente, dopo anni, dopo l’ennesimo ascolto o l’ennesima lettura, illuminano un significato, rivelano una profondità mai intuita prima.

Partiamo davvero da qui, dunque: nessuno sa mai niente. Abbassiamo la cresta, abbassiamo la voce, respiriamo e cerchiamo di capirci momentaneamente qualcosa. Tra poco, tocca saltare di nuovo se vogliamo superare questo livello evolutivo e sconfiggere il suo mostro finale. Serve attenzione, cura, autodisciplina e concentrazione. Se non si prepara il corpo al salto, se non si tiene la mente unita al respiro e al gesto, se non la si diffonde nel corpo, se si sbraita, ci si sbraccia, si scalcia, finisce che –all’atterraggio- si cada rovinosamente e, come minacciavano tutte le madri e i padri del sud Italia quand’ero bambina, se ti fai male, po’ pigli’o riesto. E il riesto, stavolta, rischia d’essere assai più doloroso d’uno schiaffo sul culo.

Autrice, attrice, educatrice. Ho lavorato come docente, sceneggiatrice, drammaturga, documentarista, giornalista. Al momento, lavoro al mio primo romanzo.

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