Diario della mia fiducia/ Epifania

Nel tempo del fatalismo e del cinismo universali, pensare e pronunciare parole di speranza è un gesto rivoluzionario.

Ogni anno, e non so bene perché, è il giorno dell’Epifania a suscitare e imprimere, dentro di me, riflessioni e pensieri. Il capodanno non mi rappresenta nulla, neppure sul piano simbolico. So che mi piacerebbe festeggiare il solstizio d’inverno, ma è perché sono discendente di streghe, col paganesimo nel sangue e il panteismo nelle viscere, eppure, fino ad oggi, non ho mai celebrato neppure quello.

Ciò che mi pare evidente è che ogni anno, nel giorno dell’Epifania, vengo fuori dai miei, piú o meno profondi e disperanti, abissi di silenzio. Mi torna la voglia di raccontare, di dire, di rivelarmi, di indurmi a credere e mutare. Sarà forse perché sono stata stella cometa in un precedente stadio evolutivo, e di sicuro ho avuto una coda, anche se sospetto fosse fatta di peli piú che di metano ghiacciato, comunque ce l’ho avuta di sicuro, il mio osso sacro è qui a testimoniarlo.

Sarà forse perché è una delle mie parole preferite (sentite come suona bene "e-p-i-f-a-n-i-a"? È anche più bella di "e-p-i-t-e-l-i-o-m-a", che piaceva tanto a Pirandello e al suo uomo dal fiore in bocca), o sarà che spero sempre di averne una di rivelazione, ché ogni volta che ne arriva anche mezza, la vita, per un istante, mi sembra avere senso. E al solo ricordo delle passate epifanie, sebbene sia impossibile ricordare cosa, esattamente, ci sia stato rivelato in un dato momento senza svilirne il significato e la portata, persiste l’impressione che la vita possa davvero avere un senso, anche se non sembra averne, e oggi meno che mai; non ai miei occhi, almeno.

L’estate australe brucia le foreste a sud dell’equatore come quella boreale ha fatto, a tempo debito, con quelle a nord, mentre gli umani sono votati all’innesco delle solite guerre cretine, scatenate da esseri incapaci di coraggio, di visione, e perciò di saltar fuori dai corsi e ricorsi di una storia che riscriviamo uguale ogni giorno, senza che nessuno ci costringa per davvero a un’evoluzione cosí povera di immaginazione. Si potrebbe saltar fuori dalla ruota del criceto, dico, anche solo col pensiero, ammesso di non avere i neuroni zombificati. Ma quanti sono e dove sono gli esseri umani che resistono alla zombificazione? Sono un po' dappertutto, certo, ma non ai posti di comando, lí ci abbiamo messo i droni della Storia Unica, quella patriarcale, e capitalista, e coloniale, ed eteronormata, e neurotipica, e abilista…

Niente che non sia stato, almeno, sognato può mai essere realizzato. Ora non ricordo dove l’ho letto ma so che è così. So che chi non ha fantasia non ha la possibilità di rivoluzionare niente, ma che dico rivoluzionare, manco di fare alcunché; può solo ripetere meccanicamente gli eventi passati, preso in una routine stanca e terribile di cui s’illude d’essere artefice e invece è solo partecipe, manovrato dalla sola Storia(creduta)Vera che si impadronisce di tutti i cervelli poveri di fantasia, imponendo il suo invariabile ripetersi. Se uno non concepisce altra Storia, se non è in grado di raccontarsela, se non sa scriverne una nuova, come fa a realizzarla?

Niente epifanie per quelli lí. Mai che ne abbiano avuta una. Mai sono stati sfiorati da un pensiero non dico originale, ma autentico, veramente partorito dall’amplesso di cervello e stomaco, di midollo spinale e intestino.

Il problema dei potenti del mondo non è che non abbiano cuore o cervello, è che sono zombie. Sono privi di fantasia e autonomia, convinti come sono di sapere tutto, non capiscono né possono nulla che non sia già stato fatto. Nessuno di loro può condurre l’umanità al di là di quanto abbiamo già sperimentato e visto fallire, oltre ciò che si suppone inevitabile, fatale, destinato a ripetersi in(de)finitamente fino all’apocalisse. Siamo fermi sull’orlo di una nuova era, costretti a rimirarne l’alba in loop, ancora e ancora, senza che faccia mai giorno, perché il giorno nuovo non lo può fare chi non lo sa neppure sognare.

E quindi? Che possiamo fare? Forse, possiamo cominciare a trovare il coraggio di ammettere che non sappiamo quasi nulla di quel che sarà; forse la storia smetterebbe di ripetersi se noi smettessimo di credere che, senza dubbio, si ripeterà, che alle guerre e al capitalismo selvaggio e all’avidità e alla fine dell’umanità non ci sia alternativa, che non esista alcun senso possibile per le nostre esistenze personali e collettive.

È lo stato dubitativo il terreno per le epifanie, è nell’incertezza che si coltiva la fantasia e, con essa, l’ardire di immaginare un mondo nuovo su cui sorga, finalmente, il sole.

Autrice, attrice, educatrice. Ho lavorato come docente, sceneggiatrice, drammaturga, documentarista, giornalista. Al momento, lavoro al mio primo romanzo.

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