Diario della mia ferocia/ 6

Io sono, letteralmente, svergognata. Il che non significa affatto che io non abbia pudori o reticenze. Significa che non provo alcuna vergogna per quel che sono stata, ho fatto, ho pensato o detto in passato. Posso sentirmi e mi sento in colpa se le mie azioni hanno ferito qualcuno, ma non mi vergogno. Anche se ho sbagliato clamorosamente, anche se mi sono resa ridicola, non mi vergogno. E se pure mi sono vergognata in passato, oggi non me ne vergogno piú.

Considero gli errori i piú efficaci maestri che si possano avere, gli unici dai quali si impari sul serio la distanza tra chi si è e chi di vuole diventare, l’abisso tra quel che si conosce e quanto si ignora. Ammesso di abbracciarli sul serio, però, senza dimenticarli o fingere di non averli mai commessi. Senza riscrivere il proprio passato in termini piú lusinghieri e adeguati all’immagine che si intende dare di sé.

Ho sbagliato tante volte, e di grosso pure, ma ch’io sia dannata se me ne vergogno. Non sarei chi sono oggi senza quegli errori e mi piacciono le persone che sono. Per quanto emotive, intense, scombinate e incerte esse siano.

La cosa di cui volevo parlare, comunque, riguarda qualcosa che sento mio fino in fondo alle ossa dei piedi, in maniera finanche esagerata, vale a dire il bisogno di libertà, specie di pensiero.

Voglio dire: so benissimo che, bene che vada, viviamo tutti in regime di libertà condizionata. Ma i legacci e le dipendenze riguardano per lo piú l’azione. Dipendiamo tutte da miriadi di esseri, cose e condizioni, siamo connessi gli uni alle altre in maniera inscindibile, simbiotica (ciò nondimeno a tratti violenta e contraddittoria) e solo i morti sono assolutamente liberi. So bene, quindi, di non poter essere pienamente libera e mi sta benissimo. La condizione mi pare quella di un aquilone legato alla serratura di una cella, di una mongolfiera zavorrata perché resti entro certi confini. Ed è giusto cosí.

Ciò che non ho mai accettato è che qualcuno mi dicesse come vivere la mia vita, cosa fare, dove abitare e, soprattutto, cosa pensare.

Questa cosa del rifiuto del conformismo mi ha portato, specie in adolescenza, a fare diverse scelte discutibili solo per strenua opposizione all’omologazione. Non volevo che gli altri stabilissero cosa avrei dovuto pensare “in quanto adolescente”. Trovavo patetiche le persone che venivano facilmente persuase di una qualsiasi idea solo perché maggioritaria, diffusa o superficialmente accantivante. Oggi sono meno severa, ma continuo a trovare poco interessanti le persone che parlano per slogan o per sentito dire, che non sono in grado di motivare con parole proprie -pur semplicemente, senza grandi arzigogoli- il perché di certe posizioni.

Churchill diceva che chi non è di sinistra da giovane è senza cuore, chi ci resta da adulto è senza cervello. Si potrebbe dedurre che io fossi “scorata” da ragazzina e oggi “scervellata”. Come vuoi tu, Wiston. Fortuna che la mia autostima o il giudizio sulla mia storia personale non dipendono dalle opinioni, aforismatiche o meno, di questo o di quella.

Fino ai diciotto anni, mi consideravo una persona di destra (o: una conservatrice illuminata, come mi definiva il mio amato professore di filosofia), soprattutto perché non volevo essere confusa con quelle tante persone che spesso avevo interrogato sulle loro posizioni di sinistra, sul perché di uno sciopero, sulle ragioni di una protesta e mi avevano sempre risposto con mottetti che trovavo ridicoli, privi di vera conoscenza o anche solo di ragionamento. Nella mia esperienza, per i giovani della mia generazione era assai conformista essere ribelli. Il ribellismo era una posa, una moda adolescenziale. I giovani conservatori erano una rarità. Mi parevano piú edotti e informati, piú colti e -perciò- ai miei occhi di ragazzina apparivano piú seri. Gli altri mi parevano pagliacci.

Quell’errore giovanile fu necessario per gettare le fondamenta della mia personalità. La prima persona a dirmi, sbraitando, che ero in verità una “zecca comunista” fu uno di quei giovani conservatori -che di illuminato aveva ben poco e di fascista molto, dichiaratamente. Dovetti rendermi conto che anche le mie posizioni ostentatamente conservatrici erano una posa, solo di segno opposto. Nascevano, infatti, non da una ricerca, da un’indagine sulla mia personale visione del mondo e sul modo autentico in cui tutto risuonava in me ma, banalmente, dal rifiuto di essere “come gli altri”. D’altronde, ero sempre stata accusata o evitata, messa in disparte -fin dalle elementari e specie alle medie- perché “strana”, tanto da aver dovuto fare della mia stranezza motivo di orgoglio e vanto, un tratto distintivo.

Insomma, mi è capitato di scoprire presto le insidie dell’alterità ostentata come valore di per sé, vale a dire la trappola del conformismo dell’anticonformismo. Avevo assunto una posizione anti-maggioritaria solo per differenziarmi, per distaccarmi dalla massa; non perché fossi ragionevolmente persuasa della giustezza dell’opinione minoritaria o, comunque, contraria al sentire comune. Volevo solo distinguermi.

Le mie idee politiche e filosofiche, la mia visione giovanile dell’esistenza mal si accordavano a una prospettiva di destra, ma avevo preferito forzare i miei pensieri in un percorso per me innaturale pur di essere diversa, com’ero sempre stata fino ad allora e come avevo deciso sarei stata sempre. Ma questa, come qualsiasi posizione preconcetta, ovvero presa prima di un opportuno ragionamento, era falsa quando non ridicola.

Aver commesso quell’errore ha generato in me quello che chiamo dispositivo anti-cazzate. Ogni volta che commetto o rischio di commettere errori della stessa natura, suona l’allarme. Ciò non significa che io sia del tutto libera da preconcetti o meccanismi che portano a prendere ostentate posizioni di rottura, solo per non sentirmi “massa”, per mettere distanza tra le mie specialissime opinioni e quelle ordinarie degli altri; significa che -anche quando succede- sento l’urgenza di riconsiderare la mia posizione alla luce di ciò che davvero credo, sento, so o ignoro, e non sulla base di quel che tutti dicono o dimenticano.

Una persona che pensa liberamente non è tanto interessata ad avere ragione di una diatriba, a vincere la tal discussione, è interessata alla scoperta di una verità di ordine superiore che si trova al di là di tutte le posizioni particolari e, assai probabilmente, le contempla quasi tutte, in una certa misura.

Ecco: questo per me significa essere o, quantomeno, provare a essere delle libere pensatrici. Significa non assumere alcuna posizione perché “è la posizione di gente che stimo”, o perché “lo dice quel tizio famoso che ammiro tanto”, o perché “lo dicono tutti e io voglio essere accettata, ben vista, apprezzata”; significa anche non assumere nessuna posizione contraria al sentire comune perché “la tizia che propugna la tal posizione mi è antipatica”, o perché “se lo pensano tutti sarà sicuramente sbagliato”, o perché “voglio essere diversa, guardata come una persona originale e indipendente”.

Pensare liberamente significa dubitare di tutto prima di farsi un’opinione propria, a prescindere da quanto sia sostenuta e diffusa una certa idea e senza considerare dove si posizionino le persone che amiamo e stimiamo. Significa soprattutto essere pronti a cambiare idea, anche radicalmente, se la situazione, un diverso modo di vedere e sentire, nuove conoscenze o evidenze lo richiedono.

Identificare sé stessi con una certa posizione è sempre pericoloso. Finché siamo vivi, siamo costantemente in formazione. E se le idee che abbiamo non possono evolvere e mutare insieme a noi, allora diventano morte, pensieri che ci trasformano in zombie, portatori di idee irragionate che si riproducono senza alcun intervento critico da parte nostra; storie che portiamo avanti perché sono ciò che ci definisce e, pertanto, devono essere vere, devono imporsi e vincere al di là della loro aderenza alla realtà oggettiva e soggettiva, al senso del mondo e del profondo.

Il motivo per cui, pur amando lavorare in gruppo, trovo scomodo e spesso difficile far parte di gruppi è che questi -per definizione- necessitano di essere identificati in modo rigido. Si è un gruppo proprio in virtù di un interesse, una posizione, una passione comune. Ma troppo spesso quella porzione di identità condivisa finisce per inquadrare in modo totalizzante i propri membri, specie quelli piú esposti, per cui tutto ciò che essi sono finisce per essere confinato entro i limiti di quella identità corporativa. Fai parte di un partito della sinistra radicale? Sei “la comunista”. Fai parte di un gruppo anti-sessista? Sei “la femminista”. Fai parte di un movimento per la tal causa? Quella causa ti identifica, definisce chi sei e diventa tutto ciò di cui puoi/devi parlare.

Essere liberi è un lavoro quotidiano. Restare liberi è un’impresa eccezionale e, spesso, pur non sempre, implica solitudine. Non è un’attività che si può svolgere da turisti, una tantum.

Pensare liberamente, però, è l’unico modo di pensare che concepisco. Il pensiero esiste in quanto libero; se è guidato da idee preconfezionate, irragionate, dal bisogno di essere accettati o di differenziarsi, non è vero pensiero. E io non voglio avere niente a che farci.

Essere libere pensatrici non significa prendere la strada meno battuta, significa prendere una strada propria; ricavare un sentiero nel bosco che, talvolta, potrà incrociare strade molto battute, altre volte incrocerà percorsi poco frequentati. Se si è libere sul serio, non possiamo sapere dove andremo, cosa faremo e penseremo in una data situazione. Possiamo sospettarlo, prevederlo con un certo grado di approssimazione, ma non possiamo saperlo. Se la reazione a un certo fatto è cosí rapida e scontata da poter essere prevista da chiunque ci conosca, stiamo pur certi che non è la nostra. I nostri sé passati stanno ragionando per noi, guidati da gente che non siamo noi e che pensa al posto nostro. Una situazione del genere, per me, è una buona rappresentazione dell’inferno in terra. È come essere morti senza saperlo. È come non vivere. E se c’è qualcosa per cui nutro un’antipatia profonda e radicale, questa è la morte. Quando vorrà prendermi, dovrà ammazzarmi, prima.

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