Diario della mia ferocia/ 4

Da piccolapiccola, ricordo di aver divorato un libro il cui titolo mi resta indimenticabile: “Incompreso”. Ad oggi, non ricordo neppure la trama, se non cosí vagamente da sovrapporla di certo a quella dei vari altri libri che ho incorporato fin da quando, finalmente, decrittai la lingua italiana, impossessandomi di uno di quei codici segreti che consente l’accesso a infinite storie.

Sí, lo so, normalmente chiamiamo tutto ciò: imparare a leggere. Ma ho sempre creduto che tale espressione non rendesse neppure vagamente i tratti epici dell’impresa; l’assurdo e sempiterno lavoro che l’acquisizione e l’affinamento di una tale abilità comporta. È una cosa di complessità inenarrabile. E il fatto che quasi tutti, ormai, imparino a farlo non dovrebbe sminuire il senso dell’impresa.

Ma sto divagando…

Prima di mettermi a discettare boriosamente di quanti libri ho letto e dello sforzo d’imparare a leggere, dicevo di un libro, in particolare: “Incompreso". Credo fu nello stesso momento in cui lo cominciai che decisi che anch’io ero incompresa; ma ero pure ridicolmente certa che non sarei stata incompresa per sempre.

Ora: se dovessi far gareggiare, per il titolo di patetismo maximo, il sentirsi incomprese da sempre e per sempre e il convincersi di non poterlo essere fino alla fine dei giorni perché, che diamine, “sono abbastanza speciale perché, prima o poi, qualcuno si accorga di quanto io lo sia e mi consegni ciò che merito”, davvero non so cosa mi sembrerebbe piú idiota e penoso.

La verità è che qui, sulla Terra e, con tutta probabilità, nel cosmo intero, nessuno “merita” alcunché per il puro fatto di essere al mondo a fare cose mentre tenta di sopravvivere, né andrebbero tributati premi a chicchessia per semplice il fatto d’essere decentemente umano. E non sto parlando di diritti, che la collettività ha stabilito di voler riconoscere e rispettare per tutte e ognuno (pur con svariati e insopportabili pesi e misure), parlo di “meriti”.

Hai studiato tanto? Hai lavorato tanto? Hai dato tanto? Embè? L’hai fatto per te e perché, per qualche strana ragione, non sentivi di poter fare altrimenti? O l’hai fatto per bello-parere? Per sentirti dire “brava”? Per vincere la gara del successo-nella-vita con la tizia che ti bullizzava alle medie o con un altro tizio a caso? Nel primo caso: sei a posto cosí; che minchia vuoi dalla società? Nel secondo caso: poraccia! Hai buttato il tempo e la salute e c’è davvero da compatirti per questo. L’hai fatto per le ragioni numero uno sperando che si presentassero -epifenomenicamente- i risultati numero due? Allora non hai buttato il tempo, ma la salute sí, e sopratutto non te ne sei vista bene di niente, sempre intenta a misurarti le tette con quella affianco piú che a crescere come essere umana, come artista, come professionista o come quellochetipare.

Ma questo lo si capisce con gli anni, e neanche davvero e del tutto.

Per lungo tempo si crede (o almeno io lo credevo) di meritare “di piú”, e ancora oggi mi capita di pensarlo. Ma di piú rispetto a che? A chi? È sempre l’altro-da-me a terminare il paragone, che altrimenti nessun raffronto è possibile. Il punto è che tendiamo a scegliere altri che sembrano avere quel che noi crediamo di volere (e mai verrà sottolineato abbastanza quel: crediamo)ma, alla fine, ma delle vite degli altri non sappiamo un’emerita fava. E ciò che ci manca è sempre piú l’idea di qualcosa che non quella-data-cosa. Il che significa che, qualora pure ci impossessassimo della cosa, l’idea continuerebbe a sfuggire, ché la maggior parte delle volte neanche sappiamo cos’è che ci manca per “essere felici”, tanto che manco ci accorgiamo di tutte le volte che siamo contenti.

Poi, a dirla tutta, se togliamo dall’idea di “incomprensione” quella patina di significato rancoroso che forzatamente gli assegniamo, trasformando la parola in sinonimo di “genio troppo avanti per i suoi tempi" o “artista troppo di nicchia” o “pensatrice troppo spigolosa” [eccetera eccetera eccetera], quel che resta è qualcuna che non viene com-presa, inclusa, tenuta dentro e insieme agli altri.

Ciò che fa male dell’icomprensione, quindi, non è l’idea di un merito non riconosciuto ma sempre e solo la sensazione di essere sole, rifiutate, escluse.

Quel che veramente è insopportabile non è il falso mito di essere “troppo per” (che accidenti significa?), casomai la sensazione di non essere abbastanza. Quel che brucia e rode è l’impressione di inadeguatezza che, poi, possiamo anche provare a trasformare in arroganza, in presunzione, in “se solo fossi nata altrove”, in “se solo vivessi in tempi meno ottusi, in un luogo meno asfissiante”, “se solo gli altri fossero meno idioti”, ma sono ridicole scuse dietro le quali si cela un individuo preda dello strazio di non essere visto e accettato. Perché in quel “nessuno mi capisce” si nasconde il “non interesso a nessuno”, e vestire di superbia le proprie delusioni, le proprie paure può darla a bere a qualcuno, a quei pochi che davvero si ammoccano la messa in scena, ma agli occhi delle altre, di quelle che sanno guardare oltre le finzioni che ognuno archietetta per in-captivirsi (ovvero per imprigionarsi e nascondersi), lo sforzo appare per quel che è: la prova che tutto lo studio, l’esperienza, la sofferenza, la fatica in cui abbiamo forgiato i nostri mente-corpi non ci hanno insegnato neppure a non mentire a noi stessi.

Autrice, attrice, educatrice. Ho lavorato come docente, sceneggiatrice, drammaturga, documentarista, giornalista. Al momento, lavoro al mio primo romanzo.

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