Diario della mia ferocia/ 5

La fenice di Silente, mentore di Harry Potter

Sono una persona passionale. In senso etimologico piú che nel senso che certo pseudogiornalismo e certa illetteratura hanno contribuito a forgiare. La passionalità e il sesso hanno poco o niente a che vedere l’una con l’altro, a meno che non si intenda quest’ultimo come una battaglia da ingaggiare, un sacrificio, un dolore da sopportare. Ma quando una donna cosí si definisce, è immediato il collegamento mentale: vuol dire che a letto fa le capriole. Ecco: anche no. Specie considerando che non mi è chiara l’utilità per l’amplesso del saper fare le capriole, a meno che non si intenda il sesso come una variazione sul tema del combattimento di kung fu.

Eppure, in una società cattolica come quella italiana, dovrebbe esser piú che assorbito il significato originario e pregnante del termine passione, ché mi pare pacifico che quella di Cristo nulla abbia a che vedere con acrobazie neotestamentarie sotto le lenzuola e tutto con la vocazione, la dedizione, la capacità di sopportare la sofferenza per quello che si considera un bene piú elevato. E si può certo dire -pure- che la passione preveda una certa cecità selettiva o insensibilità alla pena: una stoica noncuranza nei riguardi del dolore in virtù di una spinta, di un moto dell’animo, di una necessità profonda, di un tratto del carattere, del richiamo del Daimon (come avrebbe pensato Socrate) che guida verso un senso, un obiettivo che si ritiene di ordine superiore. In questo senso, essere passionali veicola un significato piú mistico che carnale. E io lo sono soprattutto in questo senso qui, sebbene lo sia a tratti e a salti (come quasi tutto ciò che sono) piú che in termini assoluti, totali.

In termini assoluti, l’unica cosa che faccio è traspirare, ché pure il respirare viene momentaneamente soppresso nei periodi -pur assai brevi- dell’apnea.

Quello che voglio dire è che, quando sento di star operando secondo ciò che ogni fibra del mio corpo sente giusto (giusto per la mia vita e la mia ricerca di senso e scopo, giusto per i miei affetti, giusto per la mia comunità…), sono passionale, il che implica far convivere la mia completa vulnerabilità con la percezione di invincibilità. Tutto mi tocca nell’intimo ma nulla scalfisce la mia volontà: divento anti-fragile*, inarrestabile, che può anche voler dire pericolosa; dipende soprattutto dallo sguardo di chi osserva, dal giudizio che assegna alle mie intenzioni e con cui segna le mie azioni.

È uno stato che, però, non dura molto. Può perdurare qualche ora o diversi mesi, finanche un anno o su di lì, dopo di che vengo assalita dai dubbi; la ragione mi costringe a frenare, talvolta bruscamente, rischiando girandole e testa-coda. In seguito a un lungo periodo di passione, entro in una specie di stato semi-meditativo, che può durare da qualche giorno a qualche anno, durante il quale emerge e si afferma il mio lato introverso, che mette a tacere quello estroverso mentre si svolge il processo tanto alle intenzioni quanto alle azioni di cui il sé alla sbarra è chiamato a rispondere. Rimetto quindi in discussione qualunque cosa: senza pietà, senza risparmiare niente di niente. Appicco il fuoco sotto ogni certezza e resto a guardare la fiamma consumarsi assai lentamente, finché qualcosa mi pare restare sotto la cenere: le braci sono ciò che salvo; dalle braci ricomincia il nuovo ciclo di nascita-vita-morte. Alcune cose vengono condannate, altre assolte. Ma, siccome non credo all’utilità del sistema carcerario, mi sforzo di reinserire le parti condannate nella società del mio sé corale, prendendomi cura della moltitudine che mi abita.

Qualcosa muore sempre, ogni volta, ma ci sforziamo di tenerne vivo il ricordo, ché se dimenticassimo chi siamo state e cosa abbiamo fatto, non impareremmo mai niente e saremmo rinate invano, solo per morire d’una già morta morte.

Alla fine della fiera della vanità, ciò che conta -come diceva Marchese- è che la morte ci trovi vivi. E per farlo è necessario evitare come la peste di tramutarsi in zombie, in droni telecomandati da certezze immeditate, sempre uguali, mai discusse, mai distrutte e ricreate da zero, e quindi mai davvero nostre.

*v. “L’Anti-fragilità” di Nassim N. Taleb - (Testo che scomoda, mette a disagio e che probabilmente ha qualche accento di darwinismo sociale per me irricevibile condito di qualche contraddizione e qualche pregiudizio: comunque, illuminante).

Autrice, attrice, educatrice. Ho lavorato come docente, sceneggiatrice, drammaturga, documentarista, giornalista. Al momento, lavoro al mio primo romanzo.

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