Diario della mia ferocia/ 3

Ultimamente, sono dovuta venire a patti con il fatto che, in parte, sono di nuovo cambiata. Cose che avevano rappresentato abitudini o modi del pensiero consolidati negli ultimi quindici anni, si sono rivelati non piú in sintonia con la persona che sono diventata e le cose di cui sono persuasa. E ho dovuto smetterle. Liberando anche qualche demone. Smettere certe abitudini è come smettere un abito ideologico o una qualunque, comoda etichetta che, per anni, ci ha aiutato a posizionarci nel mondo e a presentarci agli altri in modo sintetico, senza dover star lí a raccontarsi da capo e nel dettaglio: “sono marxista”, “sono nietzschiana”, “sono femminista”, “sono una persona ansiosa”, “sono un’insonne”, “sono una sportiva”, “odio cucinare”, “sono un’anarchica”, “non avrò mai figli”… [Ad libitum].

La verità è che tutte le etichette sono sintesi di comodo: alcune vere (pur -nel mio caso- sempre e solo momentaneamente, poi chissà), altre sono state vere fino a sopraggiunta prova contraria, altre -addirittura- non sono mai state pienamente vere ma, spesso, ho continuato ad auto-convincermi che lo fossero. Perché senza le etichette cui siamo piú affezionati, e che possono tranquillamente essere devastanti come “sono depressa” o “sono infelice”, ci sentiremmo cosí drammaticamente vulnerabili da preferire d’essere quasi soffocati, purché camuffati e protetti dietro le nostre palandrane.

Certe etichette sono gli abiti che esponiamo nella vetrina che affaccia sulla strada, perché i passanti si facciano un’idea della persona che c’è dietro/dentro. Talvolta, però, ci dimentichiamo di verificare che corrispondano ancora a chi siamo diventate, e continuano a definirci ben oltre il loro tempo, ben oltre il momento in cui effettivamente siamo -almeno in parte- “quelle cosa lí”. Ed è quello il momento in cui tradiamo noi stesse.

Credo che quest’attenzione nei confronti di sé, questo costante chiedersi se le etichette di cui ci serviamo per raccontarci siano, effettivamente, rappresentative di chi siamo, sia al cuore della mia pratica filosofica. È quello che attento da sempre su/contro/verso me stessa. Mi sono chiesta spesso, in questi quasi quattro decenni di presenza nel mondo, se le definizioni che applicavo a me fossero ancora valide o se, invece, non stessi forzando me stessa a viverci dentro, tagliandomi in pezzi pur di entrare in quella cornice, anche a costo di lasciare qualche pezzo fuori.

Tutto pur di riuscire a ficcarmi in quell’idea-abituale-di-me, cui anche gli altri erano ormai cosí adusi da aspettarsi di continuare a trovarmici dentro.

Tante volte, e oggi una volta di piú, mi sono ritrovata a chiedere se non stessi tentando di vivere “all’altezza” (o bassessa, o laterlità...) di un’idea che non si sposava piú con ciò che ero arrivata a credere/capire di me e del mondo. Come molte pratiche filosofiche, non è facile e non è indolore spogliarsi di un’abitudine o un’idea su di sé. È una mutilazione oltre che una mutazione. Che prevede anche lasciarsi alle spalle chiunque non sia pronto a riconoscere e ad accettare i nostri nuovi abiti e vorrebbe continuare a co-stringerci nell’idea di noi che ha sempre avuto e che trova, perciò, rassicurante.

Una volta liberate da un abito che era quasi una seconda pelle, ci si sente piú che nude, ci si sente quasi scarnificate, vulnerabili oltre i limiti della tollerabilità, almeno fin tanto che una nuova pelle non avrà completato di ricoprire il corpo. È un’operazione che lascia cicatrici, ma chi mai può continuare a crescere oltre la giovinezza senza rompersi qualche osso, senza strapparsi le carni? Ciò che si guadagna, però, ha un valore inestimabile: la piena e onesta e continua coscienza di sé, l’esistenza consapevole della/nella propria -pur parziale- verità.

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