Diario della mia ferocia/2

Qualsiasi cosa dica, parte sempre e necessariamente da un moto di vanità. Dall’idea sperante o disperata che qualcuno troverà brillante, acuto, divertente o illuminante quel che ho da dire. Ma tanto lo so che pure quelli che tanto tengono a sottolineare la vastità della minchia che gliene frega, del mondo e di tutti quelli che l’abitano, sperano che il loro cinismo sia ammirato e preso d’esempio; pure quelli che non prendono mai nulla sul serio, trollano e provocano, alla fine desiderano essere notati per il loro acume e l’attitudine leggera e scanzonata con cui interpretano la vita. Tutti -in fondo- vogliono solo essere visti, ché l’unico possibile certificato di esistenza viene rilasciato allo sportello dello sguardo altrui. Non c’è neanche bisogno di sentirsi dire o scrivere “ti vedo" (che, come dai tempi della Roma imperiale, il tutto viene tradotto nel gesto d’un pollice recto che significa: tu vivi). Basta dar voce al proprio ego in un luogo popolato da individui >1 per ricevere conferma che non siamo ombre, illusioni, e che -seppure fossimo nient’altro che questo- non siamo sole.

Talvolta, l’altro non ha da essere necessariamente umano. Pure un diverso tipo d’animale, un albero o altra sorta di vegetale può essere sufficiente per l’apposizione del timbro sul certificato della nostra esistenza. Ma la gran parte di noi -esseri egosociali- ha bisogno di vedersi negli e cógli occhi altrui. Peccato che proprio in questo automatismo, troppo spesso, risieda l’incapacità di vedere l’altra per davvero, ché ci aspettiamo sempre di trovare uno specchio in cui rivedere ciò che amiamo e odiamo di noi stessi. E invece l’altra è una finestra, un balcone su un universo infinito, appena scrutabile e pienamente inconoscibile, per dirla -piú o meno- con Levinas. E pensare che possa sempre e solo riflettere ciò che siamo è la via piú sicura verso la scononoscenza dell’altro-da-sé.

Vanità, poi, è pure suggerirvi che conosca Levinas quando avrò al massimo letto qualche sinossi dei suoi testi, sfogliato la pagina che gli dedica Wikipedia, adocchiato un paio d’articoli e ascoltato una breve discussione sul suo pensiero. Vanità è usare la conoscenza che si ha per salire sulle teste dei contemporanei, per guardarli dall’alto in basso, invece che sulle spalle dei predecessori per guardare oltre. E io mi sforzo ogni secondo della mia vita per non contare i libri, i film, gli spettacoli teatrali e le serie tv come alcuni uomini contano le donne: tacche sul fucile. Altrimenti dovrei accoltellare ogni libro mai letto e dare alle fiamme ogni opera d’ingegno che abbia mai nutrito il mio cervello, giacché vorrebbe dire che di tutto quanto appreso ho smarrito la lezione essenziale, la piú importante, quella che so' duemila-anni-e-passa che la sanno pure i sassi. Piú sapere comporta solo prender coscienza di quanto non si sa e non si potrà sapere mai. Se studiando non avessi imparato questo, allora i libri non mi sarebbero serviti a una beneamata. E meglio sarebbe stato passare il tempo a masturbarmi letteralmente la clitoride piuttosto che figuratamente il cervello.

Come che sia, Levinas di ragione ne aveva parecchia quando chiedeva di piantarla di spendere le ore a cercarci negli altri e cominciare a vederli per ciò che, unicamente e irripetibilmente, sono.

Occorre sporgersi dal bordo dei loro occhi senza temere di scrutare l’incolmabile distanza, la differenza che ci separa e imparare ad amare quella piuttosto che l’eco del nostro sguardo, il riverbero della nostra voce.

Sforzarsi di vedere e ascoltare ciascuna e ognuno, nella certezza che ci sia, sempre, qualcosa di unico e rilucente da scoprire è il solo modo che mi sia riuscito di trovare per fuggire l’altrimenti certa trasformazione di un’ovvia, naturale vanità in un insopportabile narcisismo.

Cercare sempre e solo persone molto simili a sé è parte del malessere contemporaneo. È naturale e, inizialmente, rende la vita piú semplice e sopportabile. Lo faccio anch’io ma tento di non esagerare. Sono convinta che, infine, circondarsi di simili, d’un circolo d’eletti, impoverisca tanto l’esperienza della vita quanto la conoscenza del mondo, finendo per trasformare le relazioni in reciproche fellatio e cunnilingus in cui ci si sente i piú fighi del pianeta e si guarda agli altri come a poveri stronzi. Tra i miei molti difetti, quello di trovare facili giustificazioni per gli errori che commetto non è pervenuto. O meglio, ho lottato strenuamente per sconfiggerlo. Accetto perciò d’avere una certa dose di vanità e qualche etto abbondante di presunzione, ma mai potrò essere un’elitista. Anzi, negli elitisti riconosco alcuni tra i miei piú pericolosi “avversari politici”.

Ora: ho detto tante cose e tutte abbastanza alla rinfusa. Del resto, è un diario a flusso di coscienza che concepisco come terapia quindi: ‘sticazzi. Tanto vale, perciò, che ne aggiunga un’altra: mentre cercavo una foto o un dipinto da accompagnare a questo scritto, ho usato come parola chiave “vanità”. Non ho trovato alcuna immagine che non ritraesse una donna o, in alternativa, una qualche natura morta. L’idea che la vanità consista nel volersi sentir dire costantemente quanto si è belle, nel guardarsi incessantemente allo specchio mi rende assai chiaro il perché tanti uomini siano ridicolmente certi di non esserne affetti, spesso in modo patologico, come invece sono molti dei nostri pseudo-leader politici e tanti speculatori, finanziari e no.

A questi ultimi vorrei ricordare che il mito originario del “narcisismo", nella cultura occidentale, aveva per protagonista un uomo. E che sempre uomo è l’autore della battuta piú narcisistica della storia. Quindi fate poco gli splendidi e guardatevi in faccia pure voi. Possibilmente, evitando di rimiravi in uno specchio in vetro temperato, mentre scattate l’ennesima istantanea della vostra pochezza umana e politica.

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