Abel

Piccola storia di fantascienza neorealista

Dedicata a Pasquale Stiso

Chiamami Abel

e sarò frutto

e sarò conoscenza.

Sarò il fratello buono che muore poeta

primo cittadino

di una piccola Terra.

Pochi mesi prima, in città, i meli avevano ricominciato a fiorire. Sebbene fossero fioriti, però, quasi nessuno credeva possibile vederli dar frutto. E quand’anche qualcuno, con un poderoso sforzo d’ottimismo e immaginazione, fosse riuscito a crederlo, non poteva essere davvero sicuro di saperla riconoscere una mela. Comunque, già contemplare gli alberi vestirsi di minuti fiori bianchi sembrava un tale miracolo che, di tutti coloro che non pensavano possibile la nascita di una mela, nessuno predicava la futilità e l’inutilità di quella infruttuosa fioritura. La gioia e lo stupore vibravano in chiunque.

È pur vero che, rispetto a qualche decennio prima, le cose andavano un po’ meglio in generale, tanto per la mia città che per buona parte del pianeta. Restavano diverse situazioni critiche ovunque. C’era pure una manciata di paesi ridotta alla barbarie. Alcuni di questi avevano ripiegato sulla tirannia per paura di perdere quel poco che rimaneva e, manco a dirlo, lo stavano perdendo. Si trattava di paesi che diventano di anno in anno più piccoli; paesi che, per via dell’interminabile edificazione di mura offensive, finivano per restringersi inesorabilmente dentro confini sempre più asfissianti, morendo di solitudine e paranoia.

Dopo oltre cent’anni di orrori, follia suicida, terremoti, maremoti, mesi d’alluvioni devastanti alternati a mesi in cui imperversavano gli incendi, con intere settimane così ardenti da costringerci a vivere sotterra insieme ai ratti delle chiaviche, il clima pareva essere tornato sufficientemente stabile quasi dappertutto. Per lo più, ciò si doveva all’ingegno di centinaia di migliaia di scienziati in giro per il mondo che non si erano mai fermati, nonostante la mancanza di fondi e risorse, né si erano messi al servizio dell’industria della guerra, consapevoli che la battaglia vera era una sola e andava combattuta per la sopravvivenza di tutti, non di pochi eletti. Dopo decenni di proteste ininterrotte, pure i governi della gran parte delle unioni terrestri sembravano ormai all’altezza della situazione e delle sfide sempre nuove che essa presentava senza sosta. Da noi, qui, a nord dell’Unione Mediterranea, la vita stentava a ripartire: avevamo subito danni ingenti, e la regione irpina –in particolare- era diventata assai più popolata in seguito all’arrivo di centinaia di migliaia di rifugiati dalle ex zone costiere di tutta l’Unione Mediterranea.

Nel giorno che mi cambiò la vita, però, l’entropia sembrava essersi presa un giorno di riposo. Le persone camminavano senza fretta, eppure non sembravano preda dell’apatia tipica degli ultimi decenni: erano serene e persino loquaci, gentili. Al di là del golfo di Montevergine, il mare era calmo e la giornata era così limpida che si potevano scorgere le isole Vesuvia e Lattara: una col maestoso cratere miracolosamente spruzzato di neve, l’altra con i picchi appuntati nel cuore di piccole nuvole bianche. Era la seconda volta in tutta la vita che mi capitava di scorgere la neve. Mai l’avevo vista cadere dal cielo ed è un’esperienza che mi manca a tutt’oggi. Per ben due volte, però, avevo visto l’isola Vesuvia macchiata di bianco.

Avevo gli occhi pieni d’un panorama a dir poco insolito. Perciò non mi parve così strano scoprirmi a sentire una scanzonata allegrezza, per me altrettanto anomala. Solo ora mi chiedo se quella disposizione d’animo non fosse premonitrice del momento eccezionale che stavo per vivere. Quel pomeriggio avevo deciso di andare a fare la mia solita, lunga passeggiata. Quasi ogni giorno, infatti, attraversavo la città da ovest a est per una decina di chilometri, con visita finale al cimitero della città. Poco prima della sera, al ritorno, avrei camminato nel cono di luce del tramonto, abbagliata dai raggi solari, tanto da non poter scorgere con chiarezza i profili di case e di cose che pure avrei potuto disegnare a memoria. Era il ritorno che pregustavo più di tutto. Invece a strabiliarmi fu quel che accadde nel mezzo del cammino.

Avevo sempre sentito una strana fascinazione per i cimiteri, forse perché ormai da decenni non s’usavano più. Nessuno seppelliva ancora la gente chiudendola in casse ricoperte da un metro o due di terreno, anche perché –considerati i milioni di morti che il pianeta aveva patito nell’ultimo secolo- sarebbe stato poco pratico e ancor meno etico dedicare terra ai defunti quando mancava ai vivi. Da che io ero al mondo, i cadaveri venivano bruciati su pire di legno sospinte dall’acqua, oppure troneggiavano in urne decorate a mano dai bambini, nelle case di chi li amava. I più ricchi tentavano ancora la carta criogenica, altri gettavano i corpi in mare a beneficio dei pesci.

Comecchessia, i cimiteri non esistevano quasi più. I pochi che ancora sopravvivevano, sparsi qua e là sulla superficie del globo, o erano stati riconquistati dal panorama naturale -tanto che bisognava saperlo che lì, un tempo, sorgeva un cimitero; o erano stati coperti dai battuti in cemento che sostenevano le piccole abitazioni in legno che costellavano la Terra; o –infine- erano diventati veri e propri monumenti funebri all’intera umanità passata, e anche se c’erano ancora le lapidi a ricordare coloro che erano lì sepolti, venivano considerati mausolei del sacrificio comune più che luoghi in cui riposava il ricordo di specifici individui. In ogni caso, non erano molti i cimiteri monumentali rimasti in piedi al mondo. Abellinum ne aveva uno, piuttosto grande, appollaiato in cima a una collinetta. Arrivarci a piedi poteva essere faticoso, ma non concepivo altro modo di visitarlo se non conquistandone la cima a fatica, un passo alla volta. Desideravo guadagnarmela la vista delle decine di cipressi altissimi, secolari, che costeggiavano il viale e incorniciavano il cimitero. Quegli alberi avevano resistito a tutto quanto l’umanità aveva scatenato contro se stessa e contro qualunque cosa vivesse.

A prendersi cura del cimitero era una vecchia coppia: due donne di circa ottant’anni, Maria e Domenica, entrambe nate e cresciute ad Abellinum e che mai l’avevano abbandonata, neppure per un giorno, tanto che se il mare, a un certo punto, non avesse violentemente bussato alle porte della città, non l’avrebbero mai visto. All’epoca della loro gioventù, viaggiare era assai pericoloso. I pochi aerei ancora in volo venivano spessi colti da eventi atmosferici improvvisi, molti ponti autostradali erano pericolanti o crollati e le ferrovie non versavano in condizioni di molto migliori. Così, un po’ per paura, un po’ perché c’era sempre tanto da fare in città, sia al servizio dei morti che dei vivi, non avevano mai lasciato Abellinum ed erano contente così. Nel giorno che mi cambiò la vita, arrivai al cimitero trafelata, come al solito.

Alla fine della salita me ne stavo bocconi, con le mani piantate sulle ginocchia, a riprendere fiato. Quando tirai su la testa, non ebbi neanche il tempo di versare la mia solita lacrima di commozione alla vista del viale di cipressi che un urlo unisono a due voci, acutissimo, m’inibì il pianto. Non facevo in tempo a decodificare il primo grido che ne arrivano altri, più piccoli e brevi, erano misti a risa e ad affanno. Mentre pensavo a come, chi, cosa e perché stavo già correndo, dimenticando quanto fossi stanca. Percorsi il viale alla velocità con cui, da bambina, facevo inverdire di rabbia ragazzi ben più grandi di me; una velocità che non credevo le mie gambe conoscessero ancora. Varcai l’ingresso curvando quasi senza rallentare. Nella zona alta del cimitero, sulla sinistra, intravidi due ottantenni che si tenevano le mani e saltellavano in tondo come bambine. Quando le raggiunsi, non mi rimaneva neppure l’ombra di un fiato per formulare l’ovvia domanda. Fortunatamente non ebbi bisogno di parlare: dall’albero dai fiori bianchi che, anni prima, con amore, la coppia aveva piantato accanto alla lapide del poeta irpino Pasquale Stiso, era spuntata una mela annurca: rossa, lucente, piccola, incantevole, prodigiosa.

Avrei voluto godermi la scena con la stessa calma con cui la descrivo oggi, ma la danza scomposta delle due donne non si fermò al mio arrivo, anzi, si amplificò, tanto che Maria finì per caracollare contro il tronco dell’albero, il quale restituì a me il colpo mollando la mela dritta sulla mia testa. Avrei preferito coglierla d’imperio o magari tremando, delicatamente; avrei voluto esitare all'idea di prenderla. Invece fu così che il frutto mi finì tra le mani: per caso. Il caso, però, nulla c’entra con la decisione che presi solo pochi istanti dopo.

Mentre mugugnavo per il colpo alla testa, già mi chinavo a raccogliere la mela. L’avrò osservata per un secondo prima di addentarla, eppure la ricordo perfettamente: d’un rosso pompeiano deciso, striato di venuzze e puntini gialli, con un piccolo e aggraziato bozzo su un lato. Insieme al suono del mio morso, vibrò forte anche la preoccupazione di Domenica:

E si nun è bbona? E si te fa male?

Credo si dissero diverse altre cose nei molti minuti (ore?) che trascorsero dal momento in cui il boccone raggiunse lo stomaco a quello in cui tornai in me. Quel che sentii in quei momenti posso descriverlo, poveramente, solo dicendo che mi sembrò di indossare i pensieri e i sensi di un altro sopra ai miei e, per mezzo di questi, di assistere al dialogo che imperversava tra lui, la terra sotto i miei piedi e tutto quanto avevo intorno. Io c’ero, ero lì, ma non avevo alcun controllo sulla storia: la osservavo e la sentivo svolgersi, suono dopo suono, attraverso me.

Nella galassia di visioni e sensazioni, di ricordi e sogni che non sarei mai capace di riassumere a parole, qualche verso mi è parso di coglierlo: brevi motivi che, insieme, mi pareva componessero messaggi sensati destinati a colui che pensava i miei pensieri. Fui testimone per un momento di quel che lui e la terra andavano dicendosi da chissà quanto tempo. Non avevo idea di cosa significassero quelle parole allora, né ce l’ho adesso. So però cosa ha significato per me essere lì mentre accadeva. Mentre sentivo Pasquale piangere tutta la gioia che provava dai miei occhi e masticare tutta la rabbia coi miei denti, scoppiavo, con lui, d’amore e di collera.

Dal giorno in cui diventai la prima umana a mangiare di nuovo una mela, so per certo che i pensieri, tutti i pensieri, sono immortali, sopravvivono a ogni decesso e prendono nuova dimora in ogni essere vivente. Poi, ciascuna vita legge quelli che riesce a intercettare in coscienza; lo fa come sa e come può, anche se non comprende da dove gli arrivino e perché proprio a lei tocchi pensare quei pensieri lì.

Ripenso costantemente alle parole che suppongo di aver sentito, anche se più ci penso e più sembrano parole che sono sempre state mie. Ripeterle, comunque, mette in fuga tanto la paura di vivere quanto l’ansia di morire, ché finalmente mi pare di intuire che s’intenda per anima immortale: più una musica che uno spirito, più un suono che una luce. Forse resta vero che la Terra, il cosmo e tutto quanto assistono indifferenti al destino umano, che ognuno muore solo. Eppure…

Autrice, attrice, educatrice. Ho lavorato come docente, sceneggiatrice, drammaturga, documentarista, giornalista. Al momento, lavoro al mio primo romanzo.

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